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giovedì 21 marzo 2019

Diversità e uniformità

[E] Per la comprensione completa di questo pezzo è utile la lettura della mia Epitome (V. 1.1.1 "Psicomante Maior").

Oggi voglio cercare di mettere nero su bianco, qui sul ghiribizzo, un concetto che mi piacerebbe aggiungere all'Epitome, non so se nella prossima o in un'altra versione.
Intanto scrivo questa specie di bozza che mi aiuterà a mettere a fuoco le mie idee, a meditarle meglio ed, eventualmente, a migliorarle.

Ancora non so bene dove inquadrare questa teoria: se la considero una caratteristica psicologica dell'uomo andrebbe nel capitolo 1, se riguarda più la società nel 3 e se invece è applicabile ai parapoteri allora andrebbe nel 5. Probabilmente si sovrappone un po' in tutti questi campi.

Volendo è una teoria che si riallaccia all'intuizione sul mar Meditarreneo che ebbi tempo fa (v. conclusione di Dall'estremo oriente e Fine del primo capitolo) all'epoca inquadrata nel contesto degli stati (e quindi dei parapoteri).

Vabbè, inutile girarci intorno: il concetto base è che per avere il progresso di una società (da vedere poi a quali livelli è applicabile questa idea) sono paradossalmente necessarie due forze opposte fra loro: la diversità e l'omogeneità.
La diversità porta a nuove idee e soluzioni mentre l'omogeneità permette la collaborazione: solo diversità implica conflitto, solo omogeinità equivale a stagnazione. L'equilibrio di questi due elementi porta invece al progresso.

Di quale diversità e omogeneità sto parlando? Beh, io l'intendo culturale: a livello quindi di protomiti ed epomiti.
Vedere il mondo attraverso protomiti diversi permette di individuare soluzioni diverse (v. Il valore della diversità) ma è necessario condividere anche dei valori e principi comuni (altri protomiti) per permettere una collaborazione feconda.

Appare quindi chiaro, dato questo contesto, il ruolo avuto dal Mediterraneo nei secoli (milleni) scorsi. Da una parte divide i popoli che vivono sulle sue sponde forzandone un'evoluzione differenziata, da un'altra però permette anche dei contatti e lo scambio delle idee migliori (protomiti) fra le stesse popolazioni. In altre parole il Meditarreneo ha favorito lo sviluppo della civiltà.

Un altro contesto può essere quello dell'Europa medievale: l'uniformità era data dalla comune eredità romana e dalla religione cristiana, la diversità dalla frantumazione in numerosi regni indipendenti e rivali fra loro. Anche in questo caso vi è evoluzione e progresso.

Altro caso: la Cina antica; predomina l'uniformità e quindi la stagnazione: esistono nazioni vicine con culture diverse ma predomina la spinta a richiudersi in se stessa.

Il mondo moderno condivide alcuni protomiti comuni, come la logica occidentale del profitto, ma le diversità culturali e religiose sono di gran lunga più forti: per questo predominano i conflitti.

Riepilogando grazie ai precedenti esempi questa teoria sembrerebbe valida a livello di nazioni, quindi di parapoteri a un alto livello di dettaglio, e per quanto appreso in Il valore della diversità anche nei gruppi, quindi a livello bassissimo: sarei stupito quindi se non valesse anche al livello intermedio di una data società.

In una società l'uniformità è data dagli epomiti condivisi dalla popolazione e la diversità dai diversi gruppi sociali, i poteri forti, medi e deboli in cui è naturalmente divisa.
In questo caso però, mi sovviene, vi è un'importante asimmetria: i parapoteri costituiscono il gruppo numericamente più piccolo ma anche più determinante nell'orientare la direzione a cui tende la società.
Da questo ne ricavo una regola aggiuntiva: questo principio del valore della proficua collaborazione fra uniformità e diversità funziona solo quando tutti gli elementi in gioco hanno una forza dello stesso ordine di grandezza: in caso contrario l'elemento più forte potrà ignorare, contrastare o reprimere in altro modo le idee/migliorie/progressi di un elemento più debole.
Di nuovo le nazioni dell'Europa (e quelle sulle sponde del Mediterraneo) avevano tutte un peso simile fra loro; al contrario la Cina è sempre stata un gigante rispetto ai propri vicini.
Oppure a un bassissimo livello di dettaglio, in un piccolo gruppo di lavoro, se il capo non ascolta per niente i propri collaboratori allora tutto il valore della diversità di idee andrà perduto.

Tutto sommato questa teoria mi pare una generalizzazione della legge dell'omogeneizzazione in cui i poteri in competizione fra loro nel medesimo sistema sono “forzati” ad adottare le innovazioni apparentemente migliori per non soccombore...

Conclusione: alla fine probabilmente inserirò questa teoria nel capitolo 5 (dove c'è già l'effetto di omogeneizzazione) però è buffo che sia applicabile ad alto (Stati) e basso livello (gruppi di individui) ma non a livello intermedio di una singola società. Questo significa che una società isolata tende a ristagnare: i parapoteri in essa, per mantenere la propria forza, tendono a bloccare le innovazioni proposte dagli altri gruppi sociali.

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