«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

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martedì 23 marzo 2010

KGB le Origini: Il Ribelle

Secondo post, dopo KGB le Origini: lo Sterminatore, dove scrivo di me stesso.
Temo, per una volta, di non distinguermi dalla massa. Come tutti amo parlare di me stesso e, in particolare, della mia infanzia.
Scriverò un altro post autobiografico che, temo, dirà poco o nulla a chi lo legge. Però è anche vero, come ho suggerito fra le righe in Inizio, che, sostanzialmente, scrivo per me stesso e per il solo piacere di farlo. Non ho bisogno quindi di cercare l'approvazione dei miei, ipotetici, lettori con post sempre divertenti e accattivanti. Non mi interessa convincerli della giustezza delle mie idee, oppure, di mostrare quanto originale e creativo io possa essere. Insomma mi fa piacere se qualcuno apprezza i miei post ma non è questo il mio obiettivo. Così se mi va di scrivere un post barboso lo scrivo: se non piace pazienza!

Il post precedente (KGB le Origini: lo Sterminatore), scritto per impulso più che pianificato, non affrontava un episodio specifico ma abbracciava un periodo di diversi anni. Da adesso cercherò invece di seguire un ordine più cronologico. Lo scopo di questi post, quelli della serie "KGB le Origini...", è infatti quello di ricercare le radici (o le presunte tali) di alcuni aspetti della mia personalità. Visto che la personalità si sviluppa progressivamente nel tempo, è naturale e sensato procedere con ordine.

Il seguente episodio è molto vecchio. L'ultima volta che ci ho ripensato, circa venti anni fa, lo ricordavo molto più chiaramente soprattutto nelle implicazioni sul mio carattere. Adesso alcune sensazioni non sono più nitide in tutti i loro dettagli però l'essenza dell'aneddoto la ricordo ancora bene.

Dunque, avevo tre o quattro anni (non sono sicuro al riguardo: sicuramente non di più, forse meno), e gironzolavo tranquillamente per casa. Con l'animo in pace e la coscienza serena, entrai in salotto. Improvvisamente fui raggiunto dall'anziana signora (non so quanto fosse anziana in verità: io la consideravo una "vecchina" ma magari aveva sui 50 anni...) che, occasionalmente, mi badava e preparava da mangiare. Senza darmi spiegazioni sul "perché" decise di sculacciarmi: mi prese in braccio e, sedutasi sulla sedia accanto all'ingresso del salotto, mi mise sulle ginocchia abbassandomi i pantaloni.
Io strepitavo e scalciavo ma non per il dolore (era una sculacciata estremamente leggera) ma perchè non avevo idea di cosa avessi fatto. Non ricordo se fra le mie grida riuscii anche a esprimere questa domanda. Probabilmente no.
Lentamente però (lentamente per un pensiero: quindi nell'arco di pochi secondi!) la frustrazione e la collera presero il posto della paura. Improvvisamente, in un singolo istante, realizzai che stavo subendo una ingiustizia e questo pensiero mi diede forza e coraggio. Fino a quel momento avevo urlato e scalciato ma in quell'attimo di comprensione decisi che non dovevo darle soddisfazione: smisi di scalciare e di gridare e mi afflosciai immobile. Dopo qualche secondo anche la vecchia signora si accorse che non mi dibattevo e mi disse qualcosa tipo - "Adesso non piangi più?" e mi lasciò andare.
Mentre mi allontanavo, in silenzio ma gonfio di collera, uscendo dal salotto, le lanciai il più severo sguardo colmo di disprezzo che riuscii a raccogliere. Ella mi guardò e mi disse, con un sorriso stupito, "Ma sei arrabbiato?". Io non le risposi.

Certo data l'età, e in mancanza di cespugliose sopracciglia, il mio sguardo di severo disprezzo non dovette essere molto temibile!
Questo è l'ultimo (a dire il vero anche l'unico) ricordo che ho di quella signora: voglio provare a chiedere al babbo, cosa si ricorda di lei...

Questo episodio è importante perchè sicuramente ebbe una grandissima influenza sullo sviluppo della mia etica della "giustizia". Difficile essere più preciso. Significò qualcosa tipo: ll non tollerare l'ingiustiza (o l'indignazione per l'ingiustizia) e il dovere ad opporsi a un torto. Ecco, forse, significò (o almeno mi avviò in questa direzione) il fare ciò che ritenevo giusto fare indipendentemente dall'opinione di terzi. Da qui al fare ciò che si ritiene essere giusto il passo è breve.

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