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lunedì 2 aprile 2012

Ledificio (6/10)

Con notevole ritardo ecco la sesta puntata del mio mini racconto: vedi anche parte 1, 2, 3, 4 e 5.
Nelle puntate precedenti il protagonista si trovava a vagare, ormai da un tempo indefinito, attraverso uno strano labirinto dove niente rimaneva uguale a sè stesso. Solo una volta, poco dopo essersi perso, era riuscito ad affacciarsi a un balcone a chiedere aiuto ma, non avendo voluto aspettare i soccorsi, si era immediatamente riperduto. Nell'ultima puntata era arrivato di fronte alla porta dove tutto era iniziato ma, mentre era indeciso su cosa fare, sente un grido d'aiuto...

-=6=-

Non sapevo se sarei stato in grado di trovare l'origine della voce ma non mi posi nemmeno il problema: semplicemente, correndo di stanza in stanza, tendevo l'orecchio per capire da quale direzione provenissero più forti i lamenti.
Attraversai in questa maniera forse neanche quattro stanze che giunsi in un piccolo ambiente, una sorta di piccolo ingresso: ad un'estremità di esso c'era una zona scura che dal soffitto arrivava al pavimento. Solo dopo qualche attimo mi resi conto che erano le scale.
Con frenesia mista all'esaltazione per l'insperata scoperta scesi nell'oscurità della scalinata da dove più forte giungeva la richiesta d'aiuto. Possibile che, cercando di salvare una donna in difficoltà, sarei riuscito a salvare anche me stesso? Sembrava troppo bello per essere vero...
Con la massima velocità consentitami dalla prudenza scesi i gradini nelle tenebre: la voce diventava sempre più forte e mentre mi guidava, contemporaneamente, mi incitava a proseguire. In breve mi ritrovai al primo piano. Anche qui c'era la strana luce grigia ma adesso era molto più rarefatta: l'aria era più limpida, i colori più autentici, tutto sembrava un po' più reale.
Ma non persi tempo a guardarmi intorno e continuai a correre dietro ai lamenti sempre più forte.
Iniziai a distinguere delle parole: “presto”, “aiuto”, “non qui” intervallate a singhiozzi disperati. Se possibile cercai di correre ancor più velocemente.
In nemmeno un minuto trovai una nuova rampa di scale che scendeva verso il basso: questa volta l'identificai immediatamente per quello che era. Non c'era un'oscurità totale ma una penombra che, banalmente, definirei normale.
Mi è difficile spiegarlo ma, forse per aver dimorato così a lungo fra le ombre dell'edificio, i sensi del mio corpo dovevano essersi affievoliti diventando meno acuti: scendendo quest'ultima rampa di scale invece venni quasi sopraffatto da sensazioni che, per la prima volta da lungo tempo, mi sembrarono genuinamente autentiche: come quando ci si sveglia da un lungo sogno e si ha immediatamente la sensazione di essere veramente svegli e che tutto quello che fino a un attimo prima sembrava così vero non era autentico.
Fu così che arrivai in fondo alle scale: finalmente ero nuovamente all'estremità del corridoio fatale da cui ero entrato con i miei amici in un indefinibile tempo precedente. A una dozzina di metri, vicino all'entrata, potevo vedere una donna anziana rannicchiata su se stessa: aveva gli occhi lucidi ma adesso non si lamentava più e mi fissava intensamente.
Il suo sguardo calamitò la mia attenzione e mi distrasse perfino dallo spettacolo offerto dalla fila di finestre alla mia sinistra. Non riuscivo a staccare il mio sguardo dal suo mentre mi avvicinavo a lei.
La raggiunsi e le chiesi chi fosse. La donna mi sorrise e annuì poi sussurrò “Caterina” e tossì: sembrava molto malata e respirava con fatica. Stava appoggiata alla parete, come un fagotto abbandonato: solo gli occhi sembravano vivi e si muovevano seguendomi mentre mi avvicinavo. Mi sembrava impossibile ma avevo, fortissima, la sensazione di averla già incontrata così le chiesi “Ci conosciamo?”. Lei annui ancora: i suoi occhi, fra le rughe del volto emaciato, luccicavano di intelligenza.
Fu allora che concentrandomi nei suoi occhi la riconobbi: era la ragazza che avevo visto dalla finestra in compagnia del vecchio quando mi ero affacciato dal balcone: ma era passato così tanto tempo?
Allora non le avevo parlato ma ricordavo chiaramente i suoi occhi che mi fissavano senza battere ciglio.
“Sì, sono io e il vecchio era mio padre. Cinquantadue anni fa...” mi disse senza quasi muovere le labbra mentre io rimanevo senza parole per la sorpresa.
“Ascoltami abbiamo poco tempo: il mondo sta morendo, l'aria è irrespirabile, non c'è quasi più ossigeno...” - mentre parlava i suoi occhi ardevano febbricitanti. Non so come o perché ma percepii chiaramente la sua disperazione mista a una rabbia impotente: ero sicuro che non mentisse. Inoltre non potei fare a meno di notare di avere la gola irritata dall'aria cattiva: mi ricordava l'aria maleodorante del balcone solo che adesso era cento volte peggio e mi sembrava quasi di essere in una nuvola di insetticida.
Come se potesse leggermi nella mente indovinò i miei pensieri e mi disse “Sì, è così! Vedi! Anche tu che sei giovane e forte fai già fatica a respirare!”. Poi mi afferrò con la mano scheletrica il braccio e aggiunse “C'è poco tempo! L'unica speranza che abbiamo è questo edificio: per questo ti ho chiamato! Mi ricordavo di te: sapevo che tu eri ancora qui... Sentivo i tuoi passi e vedevo i segni che lasciavi...”. La sua presa era inaspettatamente salda. Stavo per chiederle spiegazioni ma lei se ne accorse e, stringendomi più forte il braccio, proseguì “Ascoltami! Non so da dove tu venga ma conosci il segreto di questo posto: salvami! mostrami il suo segreto...”. Il suo sguardo adesso era implorante e la sua mano aveva lasciato il mio braccio ricadendo mollemente sul suo grembo: mi accorsi che respirava appena e a fatica.
Non so, forse allora avrei dovuto semplicemente uscire dalla porta che, a causa di una corrente d'aria nauseabonda, sapevo essere spalancata a pochi metri alle mie spalle. Correre via e scappare il più lontano possibile. Morire se necessario, ma lontano da quell'incubo senza fine che era l'edificio. Sì, anche allora ero consapevole che avrei dovuto uscire e affrontare qualunque cosa mi avesse offerto il destino. Ne ero ben consapevole ma non lo feci: la volontà dell'anziana donna era quasi un muro tangibile che bloccasse ogni uscita, eppure quel che mi vinse furono i suoi occhi disperati e l'intima convinzione che lei dicesse il vero: non c'era speranza all'esterno e la risposta era all'interno dell'edificio.
La presi in braccio, era leggerissima, e a grandi passi la portai verso le scale. Mentre nel buio salivo i gradini mi sentii gelare il cuore: l'oscurità era ancora “normale” ma riconobbi quell'ottundimento dei sensi dal quale solo pochi minuti prima mi ero risvegliato. Eppure continuai a salire.
Arrivati al primo piano Caterina mi disse che si sentiva meglio e che poteva camminare da sola: la posai a terra. La vidi guardarsi attorno con stupore mentre contemplava l'aria che iniziava a essere permeata dalla strana luminescenza grigia.
Io ero terrorizzato eppure vederla tranquilla, anzi felice, mi rassicurò quel tanto da impedirmi di girarmi e scappar via. Ancora dovevo sostenerla con un braccio ma, mentre la guidavo verso la seconda scalinata, iniziò a camminare più spedita, guardandosi intorno con uno stupore quasi infantile e sorridendomi di tanto in tanto quando si accorgeva che la guardavo.
Arrivammo alla seconda rampa di scale: adesso era lei che mi trascinava per un braccio mentre io la seguivo, con le gambe di piombo, come un condannato a morte. Sbucammo nella luminosità grigia. Nel silenzioso e tetro squallore nel quale avevo vissuto per giorni e giorni. Facevo fatica a respirare ma non perché l'aria fosse viziata. Era sempre la stessa: pulita ma anche fredda, immota, come morta.
Questa volta però non ero solo: Caterina mi guardava sorridendomi allegra. Gli occhi erano sempre gli stessi, vivi e intensi, ma adesso lei non era più la vecchietta ossuta che avevo portato in braccio per le scale ma una giovane donna: rivedevo davanti a me la ragazza che avevo fugacemente intravisto dal balcone tanto tempo prima.
Poi lei mi parlò con voce cristallina.

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