«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
2. Per contattarmi e istruzioni per i nuovi lettori (occasionali e non) qui
3. L'ultimo corto è questo
4. Molti articoli di questo blog fanno riferimento a definizioni e concetti che ho enunciato nella mia Epitome gratuitamente scaricabile QUI. Tali riferimenti sono identificati da una “E” fra parentesi quadre e uno o più capitoli. Per esempio: ([E] 5.1 e 5.4)

venerdì 20 gennaio 2017

Bufale cinesi

Cina, l’industria cinematografica fallisce il sorpasso sugli Usa. E nel mirino finiscono le cattive recensioni: “Irresponsabili” di China Files dal FattoQuotidiano.it
L'occhiello rincara la dose e spiega «i commentatori saranno tenuti a “dire la verità”, a “rispettare il diritto di ogni spettatore ad apprezzare o meno un film”».

E noi “ridiamo” sulla censura cinese perché ci è evidente che le opinioni sulle pellicole sono, appunto, solo opinioni personali e non è quindi possibile identificare quale sia la “verità” da difendere. Fa sorridere poi l'idea, espressa nel secondo virgolettato, che lo spettatore cinese sia così ingenuo da lasciarsi passivamente persuadere dalle recensioni negative a non vedere una certa pellicola e che quindi ricada sui critici la responsabilità, anzi l'assurdo, di non influenzare i propri lettori.

Ma davvero abbiamo da ridere oppure questo articolo dovrebbe essere uno spunto per riflettere meglio sulla situazione italiana?
La caccia alle bufale (v. Dolceamaro e il corto Antibufale o censura) proposta in Italia è così diversa?

Anche qui abbiamo uno Stato paternalistico preoccupato che i propri ingenui cittadini non vengano raggirati da notizie false e contemporaneamente, questo stesso Stato, non teme possibili abusi che sfocino in censura.
Chi decide infatti se una bufala è tale? Dite che è facile ed evidente?
La definizione di bufala della Treccani.it non è poi così univoca: "bufala = Svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile; panzana". Quindi chi decide se una notizia o un articolo è inverosimile, falso o una panzana? Il confine è molto labile: usando questa definizione dovrei considerare molte delle affermazioni del duo Renzi-Boschi come delle bufale!
E un'idea particolarmente innovativa e poco conosciuta non potrebbe essere considerata erroneamente una bufala? Per non parlare poi dei possibili abusi là dove opinioni semplicemente sgradite potrebbe essere segnalate come "bufale".
Non sarebbe stato quindi meglio, più saggio, lungimirante e sicuro, invece di prendere provvedimenti potenzialmente pericolosi per la libertà d'opinione, cercare invece di promuovere l'informazione corretta?

Perché, ad esempio, non obbligare almeno la RAI, pagata da tutti, a dare voce a tutte le parti?
L'articolo Referendum Riforme, la Rai dà 7 ore per spiegare le ragioni del “Sì”. Al “No” le briciole, basato su dati AGCOM, mostra chiaramente come il servizio pubblico sia tutt'altro che equo. E questo è solo il primo esempio che ho trovato: non si tratta di un'eccezione ma della regola.

Il motivo di questa scelta, altrimenti difficilmente comprensibile, è l'ipocrisia. Ci sono bufale e bufale: quelle di Stato non si toccano perché è “lecito” influenzare surrettiziamente i cittadini se a farlo è il potere costituito.

Conclusione: non siamo ai livelli di censura della Cina ma la direzione che stiamo prendendo è sbagliata perché va in direzione opposta a quella della libertà e della giustizia.

giovedì 19 gennaio 2017

L'uomo che sussurra alle renne (3/4)

Qui prosegue l'intervista all'amico Lorenzo De Ninno iniziata in L'uomo che sussurra alle renne (1/4) e L'uomo che sussurra alle renne (2/4).

KGB: questa esperienza ha avuto poi un impatto anche successivamente, sul come vivi e svolgi il tuo lavoro?
MO: quando ho partecipato alla corsa nel deserto, e successivamente alle due esperienze in Lapponia (quest'anno andrò a fare la terza), ero sì da solo ma mi sono confrontato con altre persone: tutti in quel momento, per quella settimana, non avevamo più barriere. È l'esperienza di riduzione all'essenziale che le elimina. Ogni persona la vedi “nuda”: senza cioè quei filtri che normalmente mediano il rapporto umano.
Questa sensazione adesso riesco a trasferirla sul lavoro: la consapevolezza dell'esistenza di queste sovrastrutture mi aiuta molto nelle relazioni perché mi permette di capire e leggere più a fondo le altre persone, riconoscendo in essi la loro essenza più profonda e il relativo “filtro” sociale. In base a questa consapevolezza adatto così il mio rapporto umano e di lavoro con loro.
Nel Sahara e nelle corse successive ho capito che le persone hanno delle impalcature che, quando crollano, ci fanno rimanere “nudi”. Nel lavoro adesso ho la consapevolezza dell'esistenza di queste impalcature e posso guardarci attraverso e arrivare al primitivo che ho di fronte in quel momento.
Adesso nel mio lavoro, che è molto basato sui rapporti umani tipici del cantiere, quando ho di fronte un falegname, un muratore o un altro architetto riesco a prendere quella persona, o a farmi prendere, sotto diversi aspetti, ho più facilità a comprendere e a farmi comprendere. E questa capacità mi ha aiutato molto.
Un'altra ripercussione di queste esperienze riguarda il lavoro manuale: a me piace molto lavorare con le mani – quando risistemo una casa molte cose, come il restauro del legno, le eseguo personalmente – e, di nuovo, l'essere ritornato in contatto con la propria identità ancestrale, che usa le proprie mani perché esse sono il suo strumento principale, mi ha aiutato rendendomi più consapevole e ampliando le mie capacità. In particolare entrando più facilmente in contatto con gli artigiani, osservando come lavorano, vedendo il legno, toccando una serie di strumenti, ne traggo a mia volta ispirazione per le mie opere.
KGB: e dopo la corsa nel deserto quali altre esperienze di questo tipo hai avuto?
MO: prima devo fare una premessa importante: alla Marathon des Sables del 2012 sono arrivato vergine perché è stata la prima “gara” di corsa in assoluto della mia vita! Questo nonostante che Enrico (il mio amico) mi avesse avvisato che fosse da pazzi non provare a partecipare a nessuna gara prima, come ad esempio la maratona di Firenze che si corre a novembre, ma io preferii fare così...
Al riguardo ricordo un aneddoto alla partenza della Marathon des Sables del 2012: accanto a me c'era un'istituzione... il corridore... il dio della corsa...un signore che si chiama Marco Olmo, è piemontese, ha fatto praticamente tutte le edizioni di questa maratona, adesso ha 68 anni e, su circa 1000 partecipanti, lui riesce ad arrivare sempre intorno al 20°-22° posto... quando aveva la mia età arrivava al 3°-4°-6° posto... lui è un'istituzione perché ancora corre in una maniera che io me lo sogno [ridendo]... ...ecco io mi ero sistemato al nastro di partenza, in prima fila accanto a lui che mi ha guardato... è un po' più alto di me, secco secco...e mi ha detto, con l'accento piemontese che non so rifare, «E tu sei quello – perché si era sparsa la voce – che non ha mai fatto una gara in vita sua, vero?» E io, con lo zaino in spalla pronto per partire l'ho guardato e gli ho detto «Maa... sì...» e lui mi guarda e fa «Ah... hai un bel coraggio a stare qua accanto a noi in prima fila!» dopo tre secondi, pronti via, tutti partiti e io ho detto «porca puttana che cazzo ho fatto!?» [ridendo]
KGB: in effetti non proprio un buon viatico [ridendo] per iniziare la tua prima gara! Poi a quali altre manifestazioni hai partecipato?
MO: poi ho partecipato due volte alla 150Km di Rovaniemi: nel 2013, quando mi ritirai, e nel 2014 quando arrivai primo nella categoria corsa su sci. Questo anno parteciperò invece alla 300Km...
Quello che mi piace di queste gare è la solitudine, il deserto dove non c'è nessuno, lo stare da soli e l'idea della sopravvivenza: perché correndo in questi luoghi non c'è la possibilità di essere costantemente assistiti – certo, se sei in pericolo di vita ti vengono a riprendere – generalmente però sei da solo e devi cercare di cavartela con le tue sole forze...
Ecco, si ritorna sempre lì, queste condizioni ti aiutano nell'esperienza di rientrare in contatto con il proprio spirito primitivo che invece in altre situazioni non toccheresti. Nel 2013 ho fatto anche la maratona di Firenze, cioè 42Km., e questa è una cosa difficile... ma alla fine è un giochino perché te la consumi in 3/4 ore, poi corri in città, corri con altre 10.000 persone... la maratona è uno sforzo fisico e mentale ma non ti porta a quella riduzione essenziale che io cerco...
La maratona è un'esperienza diversa: non è una cosa che mi interessa perché per me è troppo urbana, troppo umana e troppo moderna.
Nella Marathon des Sables, su sei tappe, ce n'è una che è una maratona: quella mi interessa perché la corri nel deserto del Sahara in un ambiente dove tu comunque sei da solo...
KGB: che differenza c'è fra la gara nel deserto e quella in Lapponia?
MO: è banale ma la differenza principale è che in Lapponia, facendo freddo, si corre a febbraio, devi portare più materiale con te: è come se tu ti portassi dietro la tua casa, l'esperienza della carovana...
E poi sei più da solo e questo ti costringe ancor di più a fare i conti con te stesso ma non è una sfida è, come ti ho già detto, una riscoperta del tuo io. Con la maratona di Firenze ad esempio riscopri il tuo fisico... scopri che al 35° Km. c'è una crisi... ti arriva una mazzata e dici «ne mancano 7 ma non arriverò mai alla fine!» [ridendo]... però finisce lì...
Quando invece sei alla partenza in Lapponia, devi affrontare 150Km, magari sta nevicando, siamo al massimo un centinaio di persone, di cui però quelle in bici se ne vanno via subito, quelle a piedi e sugli sci all'inizio viaggiano insieme ma dopo un po' ognuno si ritrova per conto suo. Ti ritrovi per tanti Km. completamente solo, con la tua slitta, con i tuoi viveri e dici «C###, bello!» [ridendo]
La prima volta che ho fatto la Lapponia ero a piedi e mi sono ritirato dopo 70-80Km: ricordo che mi ero fermato a un check point dove c'era una tenda per dormire con parecchie altre persone che arrivavano perché in quel momento ero fra i primi. Però avevo sbagliato l'alimentazione, qualcosa mi aveva fatto male e avevo vomitato. Quando poi mi sono svegliato era passato molto tempo, ero ormai fra gli ultimi e non c'era più nessuno... sono uscito dalla tenda e c'era solo un falò acceso con una coppia di lapponi volontari e tutto il bosco buio intorno. E io allora gli dico «Io non mi sento bene» e loro, che non parlavano neppure inglese, mi hanno guardato come per dire «E chi c### se ne frega?! Né ti capisco né mi interessa farlo...» Cioè io ero ancora con la mentalità “cittadina” di dire “Signori, non mi sento bene: mi potete chiamare un taxi o un ambulanza?” ma lì, se non stai proprio male, non ti puoi permettere comodità di questo genere. Così, quando ho capito di non aver speranza di essere “aiutato” da questi due, mi sono rassegnato a chiedergli «Da che parte devo andare?» e lui mi ha indicato un... un buio pesto in mezzo al bosco, era freddo, notte fonda, ma mi son detto «Qui c#### devo andare avanti!». O vai avanti o vai avanti: ero in mezzo a un bosco... non sapevo dove era nulla, ero completamente perso: c'era solo la tenda, il fuoco, questi due e la direzione “avanti” e quindi a quel punto vai! [ridendo]
KGB: Quindi nella tua prima partecipazione alla Rovaniemi ti ritirasti perché ti sentisti male?
MO: non solo... Questa esperienza non è più una sfida come poteva essere la “rincorsa” all'autobus di Fiesole: è un viaggio che si deve fare tranquillamente per riscoprirsi. Quindi se questo viaggio riesce, e riesce senza forzature, allora è giusto andare avanti: se però si è stanchi e non si hanno energie per andare avanti allora è bene non insistere: ci si ferma e finisce lì, va bene così, non deve essere una forzatura. Quando i nostri lontani progenitori nomadi si spostavano, a meno che non ci fosse una belva che li rincorresse (!), non si sfidavano ad arrivare a piantare la tenda per primi o ad andare il più avanti possibile...
Per questo motivo mi sono ritirato: mi sono reso conto di essere molto stanco e, appena ne ho avuto la possibilità, l'ho fatto senza troppi rimpianti.
Volevo anche aggiungere una considerazione a quanto precedentemente detto: un aspetto bellissimo delle esperienze nel Sahara e in Lapponia è la preparazione tecnica, che non è quella fisica o mentale, ma è piuttosto la scelta del cibo e dell'attrezzatura: la provi, qualcosa scarti, trovi l'esatta quantità necessaria... È un processo che dura mesi: e l'obiettivo è che tutto deve tornare. Quando poi arrivo alla corsa vera e propria ne ricavo una grande soddisfazione a verificare che avevo previsto tutto accuratamente, compresi i possibili imprevisti. È la ricerca di un gesto perfetto che poi si risolve in quei cinque giorni. Probabilmente questa sensazione la provo a causa del mio background da karateka: l'importanza del ricercare il gesto, il movimento “perfetto”, ripetuto migliaia di volte in allenamento e finalmente messo in pratica. Nei giorni della gara devi aver già previsto, programmato, analizzato e discusso tutto; e le incognite che rimangono devi essere in grado di affrontarle. Per esempio io porto con me i ricambi della slitta se si dovesse rompere qualcosa, gli attrezzi per aggiustarla e di conseguenza ho la necessità di prevedere i possibili imprevisti. E in questi casi il “movimento perfetto” corrisponde al saper risolvere il problema, a farlo rapidamente e senza rischiare nulla. Nella mia seconda esperienza in Lapponia, verso le 3 di notte mi su ruppe la slitta e io mi ritrovai al freddo e al buio a dover risolvere un problema pratico: ovviamente non sei in pericolo di vita ma sei comunque in pericolo di giramento di cogl### se da lì non ti puoi muovere.... Rischiavo di dover dormire all'aperto nel sacco a pelo per poi ritirarmi: in quella situazione ho aperto la busta con tutti gli utensili e i ricambi che mi ero portato e, in maniera spontanea, mi sono ricordato di un vecchio episodio quando da bambino feci una riparazione simile insieme a mio padre: nella stessa maniera sono così riuscito ad aggiustare la slitta. Queste esperienze ti permettono di riscoprire ciò che hai dentro in maniera naturale.

mercoledì 18 gennaio 2017

L'avevo detto

Diciamolo pure: su questo viario scrivo tante ca####! Però ci sono dei pezzi in cui esprimo idee, anche profonde e innovative di cui sono molto sicuro (di cui l'epitome è la sintesi), altre che ritengo probabili e, infine, altre ancora che sono solo delle ipotesi quando non dei sogni.

Della seguente previsione ero però molto sicuro e per questo l'avevo ribadita più volte. Vediamo di cosa si trattava...

25 Ottobre 2016, corto Grandi manovre:
«La manovra preelettorale piace:
"Soldi alla Sanità e meno tasse, agli italiani piace la manovra" da LaStampa.it di Nicola Piepoli.

Ma io temo quella vera, la manovra “correttiva”, che verrà dopo...

Conclusione: per adesso il gioco delle mance (a tempo) di Renzi lo ha sempre premiato: funzionerà anche per il referendum?
»

5 dicembre 2016, Ha vinto il “No”:
«...
Probabilmente [Renzi] vuole un governicchio, che prenda misure impopolari (perché è chiaro, vedi il corto Grandi manovre, che l'ultima manovra era preelettorale e non economica! Cioè insostenibile e che Bruxelles l'avrebbe comunque bocciata PASSATO il referendum)...
»

16 dicembre 2016, Il governo Renzi-Gentiloni:
«...
La mia idea (che ho tuttora) è che presto Bruxelles richiamerà l'Italia al rigore visto che Renzi ha fatto il gioco delle tre carte con i conti pubblici: in altre parole l'Europa presto ci chiederà altri (INUTILI) sacrifici, ovvero tagli e tasse.
...
»

16 gennaio 2017, Legge di Bilancio, Ue presenta a Gentiloni il conto per la manovra di Renzi. Padoan tratta per evitare procedura di infrazione dal FattoQuotidiano.it

In pratica mancano all'appello 3 miliardi: previsione facile e scontata, tutti lo sapevano ma nessuno lo diceva. Eravamo in campagna elettorale e i media accoglievano e propalavano ogni parola di Renzi con fuochi di artificio, petali di rosa e rulli di tamburo...

Intossicato - 18/1/2017
Oggi ho fatto un nuovo esperimento: al mio tè ho aggiunto zenzero e peperoncino!
L'idea non è male, anzi... però ho sbagliato le dosi: ho un po' esagerato col peperoncino e ora mi brucia tutto lo stomaco!

Aggiornamento Epitome #16 - 23/1/2017
Come al solito continuo a essere in ritardo sui tempi. Oggi comunque ho riguardato il capitolo 5 dove ho aggiunto un sottocapitolo (previsto). Nel capitolo 2 ho trovato un errore in una nota dove avevo scritto “distorsione” invece che “protomito”. Sempre nel capitolo 2 sto pensando di riscrivere un sottocapitolo che non mi pare correttissimo: ma questa modifica me la lascio per ultima...

Charlie e la libertà - 23/1/2017
Stavo per scrivere un pezzo sull'ultima vignetta di Charlie Ebdo ma ho scoperto che sulla Stampa.it c'è già un articolo che riassume quanto avevo in mente di dire io: Je suis Charlie vale sempre o solo quando non ci pestano i piedi? di Gianluca Nicoletti dalla Stampa.it

Aggiungo solo che, personalmente, sono per la libertà d'espressione sempre e comunque.
Però ho la netta sensazione che dietro a queste provocazioni di Charlie Ebdo ci sia solo poca creatività e tanta voglia di sfruttare la libertà di satira per vendere qualche copia in più e far parlare di sé...

Tedeschi principianti - 24/1/2017
La notizia: Berlino, il nuovo aeroporto non apre mai 6 anni di ritardi, costi gonfiati di 5 miliardi e 66.500 errori di progettazione di Alessandro Ricci dal FattoQuotidiano.it

Sì, è vero anche i tedeschi sono riusciti a combinare un pasticcio eppure non mi pare che in Italia ci sia troppo da prenderli in giro: in confronto a noi sono dei dilettanti. Ecco perché:

- i costi lievitati da 1,5miliardi ad “appena” 2,5miliardi: da noi è grassa se non triplicano.
- si parla di una mazzetta di appena 500.000€: in Italia la tangente minima di legge è il 10%.
- hanno scoperto il problema prima che ci scappasse il morto: da noi invece si aspetta la tragedia per fare indagini e, nei 20-30 anni che passano nelle more, continue a succedere di tutto.
- comunque per inserire gli errori nel progetto hanno avuto bisogno di un non-ingegnere italiano.

martedì 17 gennaio 2017

L'uomo che sussurra alle renne (2/4)

Prosegue qui l'intervista all'amico Lorenzo De Ninno iniziata nel pezzo L'uomo che sussurra alle renne (1/4?).

KGB: riprendiamo la storia del tuo percorso lavorativo da quando ti trasferisti negli USA...
MO: mi trasferii a Denver nel settembre del 2001, dopo l'attentato alle torri gemelle: avevo già il permesso di lavoro, la casa, avevo TUTTO. Ho lavorato in un importante studio di architettura (si facevano grossi progetti come aeroporti e grattacieli) per 7 mesi: però fui licenziato insieme a molte altre persone a causa della crisi economica innescata dall'attacco alle torri. Così trovai lavoro in un altro studio, un po' più piccolo (progettavamo case di nuova costruzione), dove ho lavorato per circa 2 anni.
Nel 2004, grazie a dei contatti, mi fu proposto un nuovo lavoro a Malta sempre di progettazione di cose abbastanza importanti come edifici grossi o piani urbanistici.
Nel 2005 sono tornato a Firenze dove ho iniziato a fare quello che è poi divenuto il mio lavoro attuale: l'acquisto, il restauro e la vendita di immobili. Ho smesso di fare pura progettazione per dedicare la mia attenzione al restauro, ai materiali, al cantiere e a tutti i dettagli relativi.
KGB: e dal punto di vista “sportivo” cos'è successo?
MO: negli USA ho continuato a fare karate, ad andare in bici e il soccorso in pista di sci (questo in realtà avevo già iniziato a farlo in Italia). Anche nello sport c'è stata un'evoluzione ma si è trattato di un processo graduale. Quando mi arrampicavo o facevo le gare con gli autobus erano solo esperienze fisiche: nell'arrampicata c'era già un aspetto mentale, ma che per me rimaneva secondario, così pure nella bici c'era già la componente del viaggio, aspetto che però per me non era ancora precipuo. Facendo karate ho invece iniziato ad apprezzare l'aspetto mentale dello sport. Col tempo ho però iniziato a soffrire il fatto che l'esperienza sportiva si risolvesse tutta nello spazio ristretto della palestra. Così nel 2009/2010, abbandonato il karate, ho iniziato a dedicarmi maggiormente alla bici e alla corsa. Ho incominciato a vedere lo sport non più come un'esperienza fisica... ...ma a considerarlo un'esperienza mentale e a renderlo un mezzo per viaggiare e per vedere. Ho iniziato così a rallentare il ritmo dell'attività fisica e, contemporaneamente, a prolungarla. Prima non mi interessava quanti Km facevo: l'importante era vincere l'autobus poi ho iniziato invece a dare più importanza alla distanza, ad esempio a fare 200Km in bicicletta, magari sempre a ritmi elevati, ma l'intensità non era più il mio scopo. Nella fase in cui mi trovo adesso questa tendenza si ancor più accentuata: adesso magari faccio 300Km in bici, ma li faccio più lentamente: a un ritmo che mi permetta di apprezzare quello che c'è fuori. È come se tu fossi su un autobus o un treno: quando guardi fuori dal finestrino non fai uno sforzo fisico mentre apprezzi il paesaggio. Lo stesso faccio io adesso quando corro, scio o vado in bicicletta: cerco di trovare l'equilibrio che mi permetta di assaporare l'esperienza del viaggio: non mi occupo del mio fisico e divengo spettatore del mondo che attraverso.
KGB: mi pare che tu prediliga fare queste esperienze da solo o sbaglio?
MO: sì, è così: ho fatto solo nel 1997 un viaggio bellissimo in bici in Islanda con un amico. Ecco, con lui lo rifarei sicuramente, e forse anche con altre persone, ma adesso quando faccio un viaggio non penso neppure di chiamare qualcuno per farlo insieme: anzi, ad esempio, negli anni mi è capitato che mi dicessero “andiamo, si fa la Lapponia insieme” ed ecco che io a quel punto cerco di non risponder più né all'email né al telefono... scappo! Non mi faccio più trovare [ridendo]. E questo comunque anche all'epoca dell'università: raramente ho fatto un'uscita, anche solo per 2/3 ore, e ho chiamato qualcuno per andare insieme. Soprattutto queste avventure siccome sono esperienze molto personali e molto intime non credo siano condivisibili con altre persone. Se facessi queste esperienze con altre persone magari sarebbero belle lo stesso... ma anche no! Quando faccio queste esperienze, come la corsa in Lapponia, cerco di ritrovare le sensazioni primitive che tutti abbiamo dentro di noi: ma tu le puoi scoprire e analizzare solamente se sei da solo.
KGB: Ecco, passando alle tue esperienze più “estreme”, come è nata l'idea di partecipare alla corsa nel Sahara [si tratta della Marathon des Sables]?
MO: l'idea me l'ha data un mio caro amico che ho conosciuto verso il 2009, un ex maratoneta professionista, che aveva fatto tale gara già due o tre volte. Ci siamo conosciuti per caso e abbiamo iniziato a frequentarci: lui tendeva a portarmi a correre mentre io cercavo di avvicinarlo alla bicicletta! Lui aveva già fatto quella corsa nel 2010: mi propose di correre insieme a lui l'edizione del 2011 ma non accettai. Ricordo che il giorno della partenza della sua gara io andai a correre sul lungarno, mentre lui stava correndo nel deserto, poco dopo il teatro Tenda, mi fermai e dissi “L'anno prossimo la devo fare anch'io... perché sì!”.
Siccome avevo finito un ciclo di lavori, invece di incominciarne subito uno nuovo, decisi di prendermi una pausa e di prepararmi ad affrontare tale corsa. La gara è in aprile e io dal maggio/giugno di quell'anno smisi di lavorare e iniziai a prepararmi per l'edizione successiva del 2012. Avevo il mio fisioterapista, avevo il mio preparatore atletico, avevo la palestra, avevo tutte le mie fisse per il mangiare e una massaggiatrice da cui andavo una volta la settimana...
KGB: come fu la tua preparazione?
MO: avevo un programma di allenamento stabilito dal preparatore atletico di una palestra di Firenze che vedevo 3 o 4 volte la settimana. In palestra con lui facevo esercizi di potenziamento. Poi seguivo una dieta che, essenzialmente, consisteva nel mangiare più proteine ed evitare alimenti inutili o dannosi. E ovviamente quando non ero in palestra correvo...
Inoltre c'è stata tutta la scelta dell'equipaggiamento: la Marathon des Sables è infatti una corsa in autosufficienza sia alimentare che di attrezzatura: hai solo il supporto di un luogo per dormire la sera e 8 litri di acqua al giorno con cui devi fare tutto. Per una settimana ti devi portare dietro tutto il cibo di cui avrai bisogno e diventa quindi fondamentale capire anche quali materiali portare...
È stata proprio durante questa corsa nel deserto che ho realmente percepito per la prima volta l'esperienza di essere un semplice spettatore mentre il corpo corre: prima invece era una sensazione latente ma ancora non ben ben definita. È un andare a riscoprire gli istinti primordiali e primitivi che abbiamo dentro di noi ma che abbiamo dimenticato. È un riscoprire e conoscere il proprio io: queste esperienze ti costringono infatti a togliere tutto il superfluo e alla fine ciò che rimane è la tua essenza. La Marathon des Sables sono infatti 250Km nel deserto in una settimana e questo ti porta ai tuoi limiti: sei al limite nel senso che non ti puoi permettere di pensare ad altro che non sia lo spostarsi, il mangiare... non il lavarsi perché non è necessario! ...e il bere: non hai energia per fare altro. Per riuscirci devi riscoprire l'uomo primitivo che è in te: a fine tappa la prima cosa che devi fare è accendere il fuoco: se non accendi il fuoco non mangi e quindi devi andare a cercare i ramoscelli secchi nel deserto, portarli al campo, preparare il fuoco per proteggerlo dal vento con delle pietre, poi con il tuo pentolino ti fai la zuppa. Se lo fai e ci riesci mangi; se non ci riesci non mangi! Per me la cosa bellissima è riscoprire dei ricordi, magari addirittura di quando eri bambino, che non hai più usato perché non avevi bisogno di farlo, ma che vai a rimettere in atto perché diventano necessari per la tua “sopravvivenza”. Questo è bellissimo: togli tutto e ti rimane solo l'essenziale.