«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

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lunedì 6 giugno 2016

Ultimisstoria 9

Voglio cercare di aumentare la frequenza di questa serie di pezzi perché gli Storia Illustrata e gli Historia si stanno accumulando sulla mia scrivania !
Voglio anche aggiungere che il mio giudizio sugli Historia espresso in Ultimisstoria 8 è stato probabilmente troppo duro: probabilmente mi era capitato di leggere una serie di riviste con articoli non soddisfacenti ma ultimamente ne ho trovati anche di interessanti: non va dimenticato poi che leggo queste riviste senza seguire nessun ordine con la conseguenza di leggere numeri usciti anche a molti anni di distanza (con relativo cambio di direzione editoriale)...

Ma non perdiamo altro tempo ed entriamo subito nel vivo!

Storia Illustrata – dicembre 1979
È davvero Hess il prigioniero di Spandau? di Guido Gerosa → In realtà non ho letto l'articolo però ho pensato che la vicenda di Hess, con la sua fuga (missione?) nel Regno Unito, è davvero misteriosa. Inutile fare illazioni, probabilmente fra una cinquantina d'anni, quando sarà tolto il segreto ai documenti che lo riguardano, se ne saprà di più...

Il braccio violento dei faraoni di Massimo Campanini → la storia degli eserciti egizi nell'antico esercito. Ho notato che, a differenza dell'impero romano, l'esercito egiziano non riuscì mai a imporre un proprio faraone: sarebbe interessante confrontarne le differenze e capirne il perché...

Historia – aprile 1975
Le Canarie: più volte scoperte e poi dimenticate di D. L. → breve articoletto; come spiega il titolo...

Historia – novembre 1972
Proclamato il dogma in cielo si scatenò l'iradiddio di Carlo Villa → il caso mi ha fatto interessare alle vicende di Pio IX e del dogma dell'infallibilità (vedi i precedenti Ultimisstoria) e così mi sono letto anche questo articolo. In realtà l'autore si limita a fare un quadretto della Roma del tempo e a raccontare qualche aneddoto senza entrare nel merito della questione politico/religiosa: comunque interessante!

Il numero 33 gli fu fatale di Mario Gazzara → come al solito dal titolo non si capisce niente. L'articolo descrive il 33° duello di Cavallotti nel marzo del 1898. Felice Cavallotti fu un poeta/scrittore e politico milanese che godette di grande fama ai suoi tempi: apparteneva alla sinistra estrema ed era noto per i suoi discorsi impetuosi al Parlamento... ...e per i duelli. Ne aveva già combattuti 32 ma l'ultimo gli fu fatale. Resoconto interessante.

Storia Illustrata – marzo 1979
La seconda guerra punica di Mario Silvestri → il miglior articolo in assoluto che ho letto: ne scriverò a parte per dedicargli il giusto spazio.

Non ho letto altro! Eppure sfogliando le pagine ho visto molti articoli che adesso (abituato a Historia!) avrei letto con un sospiro di sollievo!

Historia – Novembre 1966
Sotto un nembo di frecce soffocata la libertà inglese di Peter Robert → Articoletto breve breve ed estremamente superficiale: non entro nei dettagli ma il resoconto della battaglia non mi pare credibile. In pratica i normanni di Guglielmo il Conquistatore non riescono a vincere e, dopo vari e inutili tentativi, ecco la trovata: usare le frecce. L'articolo non spiega come mai nelle prime fasi della battaglia non fossero servite e lascia aperti altri “buchi”. Curiosamente poco dopo lessi un altro articolo sulla stessa battaglia... e, ovviamente, la sua descrizione fu molto diversa...

Sulla Luna una notte di “Terra” di Sacha Hulyanev → Articolo divertente che mi ha lasciato a bocca aperta! Un passo indietro: siamo nel 1966 e i sovietici sembrano in vantaggio per la corsa alla conquista della Luna. Ecco perché l'articolo è basato su fonti sovietiche e in particolare, se ho ben capito, su un documentario scientifico realizzato in collaborazione con degli scienziati.
Accanto a informazioni plausibili, a 50 anni di distanza, spiccano delle idee che adesso fanno solo sorridere. Qualche esempio: 1. «Il sottosuolo della Luna contiene probabilmente vasti giacimenti di carbone e di petrolio... ...La presenza di petrolio sembra probabile, in considerazione di una nuova teoria, secondo la quale la sua formazione non è di origine organica. … Ora, è ben noto sulla Luna non c'è vegetazione. Ma, un miliardo di anni fa [KGB: o forse due], quando la Luna aveva ancora un'atmosfera, aveva dell'acqua e delle forme di vita più o meno evolute, saranno esistite senza dubbio delle foreste. L'antica vegetazione lunare potrebbe, dunque, aver creato nel corso delle ere enormi giacimenti di carbone celati sotto la crosta [KGB: al posto del formaggio]»; 2. «Il nostro globo … sarà osservato in permanenza su uno schermo televisivo di 12 metri di lato, cosicché l'immagine risulterà notevolmente ingrandita. In tal modo, i meteorologi avranno una visione completa di tutti gli elementi che caratterizzano il tempo e potranno prevedere “tornados”, tifoni, piogge, variazioni della temperatura, ecc.»; 3. «Nella foto di sinistra visione d'una città sulla superficie lunare come apparirà presumibilmente fra una ventina d'anni. [KGB ovvero negli anni '80-'90]»
Leggendo questo articolo si ha la sensazione che ancora negli anni '60 non ci fosse una chiara separazione fra scienza e fantascienza. Forse negli anni '50 la scienza, con la novità delle bombe atomiche, raggiunse il massimo del suo prestigio con la conseguenza però di generare un'aspettativa esagerata: doveva apparire alla massa dei popoli non abituati a essa come l'analogo della magia nel medioevo. Non per niente nelle pellicole dell'epoca, e quindi nell'immaginario collettivo, lo scienziato appare come una sorta di stregone capace di realizzare qualsiasi cosa...

Per amore della moglie fece strangolare il figlio di John Erslan → Secondo l'articolo Solimano il Magnifico, istigato dalla nuova moglie, fece uccidere il proprio figlio credendo che cercasse di usurpargli il trono. Interessante, ma mi fido il giusto degli articoli di Historia soprattutto se a firma straniera: ho il dubbio che siano traduzioni di articoletti comparsi su riviste non proprio attendibili...

Conclusione: probabilmente questo numero di Historia del novembre 1966 è all'orgine delle mie perplessità su tale rivista...

domenica 5 giugno 2016

Obiezione a Rawls

Rileggendo i miei appunti sono riuscito a identificare un grosso errore nel pensiero di Rawls che probabilmente era all'origine delle mie “sensazioni” negative.

Secondo il professor Sandel (*1), Rawls rifiuterebbe il concetto base dell'utilitarismo perché, grazie al velo d'ignoranza, “nessuna persona” rischierebbe di far parte di una minoranza oppressa: al contrario, proprio per evitare questo pericolo, il primo principio di giustizia che emergerebbe da questa assemblea immaginaria sarebbe quello del diritto alle libertà individuali basilari.

Ebbene ripensandoci mi sono reso conto che, da un punto di vista matematico e quindi razionale, i membri dell'ipotetica assemblea dovrebbero proprio optare per il massimo bene per il maggior numero di persone perché proprio in quel caso avrebbero la speranza (matematica) di un futuro migliore. Semplificando (e usando numeri a casaccio) il rigettare la teoria dell'utilitarismo equivalerebbe a optare per la certezza di 1.000€ rifiutando la speranza (matematica) di averne 2.000€ per non rischiare di riceverne 500€. Matematicamente non avrebbe senso.
Ci si potrebbe chiedere se fra le condizioni ideali dell'assemblea ipotetica ci debba essere quella che i suoi membri siano perfettamente razionali. La risposta è evidentemente positiva: non avrebbe senso liberare i membri dell'assemblea dai propri pregiudizi mediante il velo dell'ignoranza per poi ammettere che essi possano decidere in maniera irrazionale. L'obiettivo è quello infatti di individuare i migliori principi su cui poi basare la giustizia sociale e, per questo, (come aveva intuito Kant) non si può prescindere dalla ragione.

Questo non significa che le tesi utilitaristiche debbano essere automaticamente accettate: ma la ragione per rigettarle non dovrebbe essere la paura di far parte della minoranza (che matematicamente non ha senso) quanto piuttosto non volere che altri stiano peggio di noi. Ovvero il non desiderare che il benessere della maggioranza, di cui facciamo parte, dipenda dallo sfruttamento di una minoranza. Al contrario di quanto indica Rawls il rifiuto dell'utilitarismo dovrebbe essere basato sul puro altruismo e non sull'egoismo timoroso e miope.
È questa la mancanza, l'egoismo (v. la quarta nota di Dubbi su Rawls), che probabilmente percepivo ieri senza riuscire a identificare chiaramente.

A questo punto tutto l'edificio di Rawls si rivela essere un castello di carte paradossale: costruire una società eccezionalmente altruistica basandola però su principi derivati dall'egoismo individuale.

Conclusione: Rawls il maggiore filosofo del XX secolo? Riparliamone fra un paio di secoli...

Nota (*1): ovviamente c'è la possibilità che Rawls rifiuti l'utilitarismo per ragioni diverse da quelle indicate dal professor Sandel. In tal caso il prosieguo di questo pezzo potrebbe non avere senso perché basato su premesse errate...

sabato 4 giugno 2016

Dubbi su Rawls

Le lezioni 13, 14 e 15 del corso di filosofia della morale (v. corso Filosofia della morale e giustizia di Harvard) introducono il pensiero di John Rawls.

Probabilmente ho sbagliato a non scrivere dei pezzi sulle singole lezioni: il solo fatto di mettere nero su bianco quanto ascoltato mi aiuta a chiarirmi le idee e ad assimilare più facilmente il materiale successivo. Stavolta non l'ho fatto e ho la sgradevole sensazione di non aver capito veramente le teorie di Rawls...

Ho questa sensazione perché da una parte le idee di Rawls che ho appreso mi appaiono sbagliate ma, d'altra parte, tale filosofo è ritenuto di gran lunga il maggiore del XX secolo! La possibilità più probabile è che io abbia semplicemente travisato le spiegazioni del professor Sandel...

Potrei risolvere il problema leggendomi l'opera principale di Rawls, A theory of Justice, magari, per evitare problemi (v. Tuffo nel passato per la “tragica” esperienza con la traduzione dal tedesco di Kant), in lingua originale: ma i presupposti non mi attirano. L'idea di verificare quali siano le idee sulle quali non mi trovo d'accordo mi appare masochistico...

Quindi il pezzo odierno non sarà del tipo “Rawls dice XXX e io non sono d'accordo perché YYY”: è troppo alta la probabilità che l'XXX che attribuisco a Rawls non sia corretto.
Piuttosto voglio limitarmi a un paio dei principi basilari di Rawls che sono abbastanza sicuro di aver ben compreso senza invece tentare un'analisi complessiva della totalità di quanto ho capito (o pensato di capire!).

L'oggetto di cui si interessa Rawls è la giustizia sociale (*1), ovvero come dovrebbero essere impostata la società, la ridistribuzione della ricchezza mediante le tasse e simili.
Ogni società è regolata da leggi che si basano e hanno origine da un contratto sociale che stabilisce in quali forme, sotto quali principi, un popolo decide di vivere insieme. In Italia abbiamo la Costituzione, secondo i principi della quale si basano poi tutte le leggi che regolano la nostra vita e la convivenza civile.
Secondo Rawls (ma anche Kant) è però sbagliato basarsi su un contratto sociale reale, scaturito cioè dall'accordo fra più persone come può essere un'assemblea costituente. I motivi sono molteplici: ogni persona tira l'acqua al proprio mulino, ha i propri pregiudizi, ha una cultura e una preparazione diversa da quella degli altri e, comunque, la capacità di esprimersi e di far valere le proprie idee non è uguale per tutti. Per questi motivi un contratto sociale realizzato dall'accordo di più persone potrebbe non essere il migliore o il più giusto moralmente.
Rawls basa quindi i suoi principi per la giustizia sociale su un contratto sociale immaginario: un contratto realizzato da un'assemblea di persone avvolte dal “velo d'ignoranza”. Il “velo d'ignoranza” è una delle idee cardine di Rawls: si tratta di un velo immaginario che impedisce alle persone di ricordare chi siano: di non essere cioè coscienti della propria razza, del proprio genere, del proprio censo, delle proprie qualità e dei propri difetti. Secondo Rawls solo una persona che non sa niente di se stesso può essere completamente oggettiva nello stabilire quali debbano essere i principi di giustizia sui quali basare la società.
Il primo principio che sarebbe indicato da questa ipotetica assemblea è quello della libertà dell'individuo: di pensiero, di parola, di assemblea, di religione etc.
Rawls è quindi contrario all'utilitarismo che si basa sul principio del bene maggiore per il maggior numero di persone perché questo è più che disposto a sacrificare le minoranze, e quindi i singoli individui, per il bene della maggioranza. E, almeno su questo principio, anche KGB è d'accordo.
Il secondo principio è quello che Rawls chiama il “principio del divario” (*2): la distribuzione della ricchezze non deve essere necessariamente uguale per tutti: possono esserci persone che ottengano (guadagnino) di più a patto che ciò vada a beneficio dei più svantaggiati. In altre parole il calciatore famoso potrebbe anche guadagnare 10 milioni l'anno ma dovrebbe essere tassato per il 70/80 o 90%: lasciandogli in pratica quel tanto che sia sufficiente a stimolarlo a compiere quel lavoro così ben retribuito.
Alla base di questo principio c'è l'idea che le persone, palliate dal velo dell'ignoranza, rifiutino l'idea che un individuo possa ottenere un guadagno che provenga da un vantaggio arbitrario, anche se naturale (come nascere in una famiglia ricca ma anche essere particolarmente intelligente). L'unica eccezione a tale regola è appunto quella data dal principio del divario: si può avere di più solo se questo va a beneficio dei meno avvantaggiati.

In altre parole questo secondo principio va non solo oltre il libertarianismo (uguaglianza formale) ma addirittura oltre la meritocrazia dove chi è più bravo ottiene di più: scrivo “addirittura” perché specialmente in Italia, ma anche negli altri paesi occidentali non va troppo meglio, siamo fermi all'uguaglianza solo formale degli uomini.
Per Rawls chi è più intelligente, chi si impegna di più, non ha alcun diritto morale a ricevere dalla società una quota di ricchezza maggiore degli altri uomini: questo perché non solo l'intelligenza è un dono arbitrario fatto dalla natura e del quale il singolo non ha alcun merito, ma anche l'impegno e la dedizione dipendono da fattori esterni (come l'educazione famigliare, la cultura del lavoro nella società d'appartenenza o anche semplicemente l'ordine di nascita (*3)) casuali.

Per essere un minimo comprensibile non sono riuscito a essere sintetico come avrei voluto. Sul “velo d'ignoranza” avrei due obiezioni che però non starò a esprimere (*4) perché preferisco concentrarmi sul principio del divario e sulle sue implicazioni.

A dire il vero ancora non ho le idee chiarissime su cosa non mi convinca del pensiero di Rawls (*5): al momento è solo una sensazione, ma si tratta di quelle sensazioni che anticipano quelle che saranno le conclusioni della ragione.

La ricerca spasmodica, e il conseguente successivo tentativo del loro annullamento, dei vantaggi forniti dalla natura a ogni individuo perché ritenuti arbitrari (in quanto frutto del caso) mi pare deumanizzante: tali differenze fanno infatti parte integrante del singolo, sono caratteristiche intrinseche dell'uomo. Le persone non sono tutte uguali come il modello base di autovetture (FIAT) che la natura poi differenzia donando loro accessori come l'autoradio, il climatizzatore o la vernice metallizzata. L'intelligenza di una persona (o altre caratteristiche naturali) è parte integrante della stessa e non può essere scissa da tale individuo: se a Guido togliamo la sua intelligenza non otteniamo un Guido meno intelligente ma un'altra persona.
Mi pare che Rawls, ignorando questo aspetto, arrivi al paradosso di voler salvaguardare le libertà individuali (il suo primo principio) al costo però di svilire l'individualità del singolo. Più che un'utopia la sua idea di giustizia sociale mi sembra una distopia dove si cerchi di livellare verso il basso piuttosto che verso l'alto.
So di essere vago in queste mie affermazioni ma, come spiegato, ancora non riesco a identificare chiaramente cosa non mi convinca del pensiero di Rawls: credo che il nocciolo sia nel tentativo di scindere l'individuo dai vantaggi (o dagli svantaggi) che il caso gli ha concesso; quello che si ottiene è una morale non per uomini ma per pseudo uomini incompleti...

Conclusione: vabbè, ci rifletterò un po' di più...

Nota (*1): In inglese il professor Sandel usa le parole “justice distribution” che non so bene come tradurre: “giustizia sociale” mi sembra che ne inquadri dignitosamente il senso ma immagino che in italiano si usino parole diverse...
Nota (*2): In inglese “difference principle”: non so bene come tradurlo in italiano...
Nota (*3): Secondo uno studio psicosociale attendibile i primogeniti si impegnano molto di più degli altri fratelli e sorelle.
Nota (*4): 1. l'impossibilità di scindere la coscienza di una persona dai propri ricordi lasciandone intatta la facoltà di giudizio (ma questa è più una sottigliezza “tecnica”); 2. l'apparente mancanza di altruismo nelle decisioni prese da dietro il velo d'ignoranza.
Nota (*5): Mi avrebbe aiutato soffermarmi a riflettere su ogni lezione ma ormai quel che è fatto è fatto.

giovedì 2 giugno 2016

In disaccordo con Harari

Come spiegato nel corto Psicologia evoluzionistica sto finalmente leggendo Da animali a dèi di Harari: in genere ripercorre fedelmente i video del corso che seguii a suo tempo ma leggere le varie informazioni è diverso che ascoltarle.

Mi hanno colpito diversi piccoli capitoli che affrontano la questione del rapporto uomo donna: in effetti ricordo che ne parlò anche nel corso ma probabilmente lo seguii distrattamente senza rifletterci troppo.

La questione è semplice: mentre la distinzione fra sessi è chiara e univoca, la distinzione fra i due (e talvolta più) generi varia nel tempo ed è, fondamentalmente, un costrutto della fantasia umana ovvero ciò che Harari chiama realtà immaginaria e io, semplicemente, mito.
Però in tutte le società basate sull'agricoltura il ruolo della donna è sempre stato subordinato a quello dell'uomo. Talvolta si sono verificata delle singole eccezioni (come la regina Elisabetta I) ma, appunto, si è trattato solo di queste.
Come mai in tutte queste società, pur di epoche e regioni diverse, tutte le realtà immaginarie costruite dalla società hanno dato un ruolo secondario alle donne?

La teoria corrente è che queste realtà immaginarie abbiano una base biologica che le spieghi: ovvero che la diversa costituzione fisica abbia poi causato la creazione di miti in cui la donna ha solo un ruolo di sudditanza rispetto all'uomo.

Harari riporta le tre teorie principali (esaminandole una ad una in singoli capitoletti) ma, per ciascuna di esse, conclude che non sono del tutto convincenti e, anzi, talvolta tali differenze biologiche avrebbero dovuto favorire le donne invece di svantaggiarle.

Premetto che la questione non mi appassiona minimamente ma mi ha comunque colpito la conclusione di Harari, ovvero che le teorie che spiegano l'origine della discriminazione delle donne su base biologica non siano convincenti, perché normalmente sono d'accordo con lui (*1).
Ho la sensazione che Harari non volesse confermare l'origine biologica della discriminazione femminile: un po' per spirito di contraddizione (*2) ma anche, credo, per qualche sua ragione psicologica inconscia (*3) personale.

Normalmente Harari è estremamente lucido nelle sue analisi ma in questi tre capitoletti, sebbene ben scritti e apparentemente logici e consequenziali, mi pare che non voglia vedere e riconoscere l'ovvio.
Ad esempio la prima teoria che spiega la discriminazione femminile è la maggiore forza degli uomini rispetto alle donne. Harari spiega che ciò è vero solo mediamente e che, comunque, le donne hanno una maggiore resistenza alla fatica e alle malattie; con una serie di affermazioni speciose arriva poi alla conclusione che tale teoria non è convincente.
A me pare invece che, seppur solo mediamente, l'uomo è più forte della donna, ciò sia già sufficiente a dare il la alla creazione di miti che attribuiscano ruoli e compiti di secondo piano alle donne: se poi in tale società nascesse anche una bambina potenzialmente fortissima allora il ruolo impostole dalla società le impedirebbe di sviluppare le sue potenzialità e, in conclusione, non avrebbe modo di cambiare la situazione. La maggior resistenza alla fatica e alla malattia diventa irrilevante una volta costituitosi l'ordine immaginario: per la maggior resistenza alla fatica basta imporre alla donna più incombenze e per la resistenza alle malattie una alimentazione peggiore ed ecco che questi vantaggi si annullano.

L'unica obiezione a questa mia interpretazione è quella di avere un ordine immaginario che sembra precostituito in virtù della sola maggiore forza fisica media degli uomini rispetto alle donne. In realtà anche questa sarebbe una trasformazione progressiva che non esclude che, agli albori della civiltà, una tribù non abbia avuto un capo donna grazie alla sua forza: mi pare però plausibile che, indipendentemente dal padre, mediamente i figli maschi di tale donna fortissima sarebbero stati più forti delle figlie interrompendo così, dopo una generazione, il predominio sociale femminile.

Oltretutto Harari spiega il successo dell'agricoltura sulla caccia/raccolta in maniera analoga. Gli uomini non diventano agricoltori dall'oggi al domani ma progressivamente, lungo un percorso di generazioni, fino a quando non è più possibile tornare indietro...

Conclusione: mentre scrivevo riflettevo che l'unica possibilità, in una società antica basata sulla forza, per le donne di assicurarsi il potere politico sarebbe stata quella di non avere uomini. Ho così pensato al mito delle amazzoni e adesso ne vorrei sapere di più...

Nota (*1): o, volendo, lui è d'accordo con me e ha solo confermato delle mie vecchie intuizioni e supposizioni!
Nota (*2): vedi ad esempio l'idea che “il grano ha addomesticato l'uomo” e simili...
Nota (*3): come intuizione, anzi come sesto senso perché non è basata su nulla, la prima ipotesi che mi passa in mente è che Harari sia orfano di padre o che, comunque, sia strettamente legato e devoto alla propria madre o comunque a una figura femminile che lo abbia fortemente influenzato nell'infanzia (magari una zia o una sorella maggiore...). Ma è un'intuizione basata sul nulla: una scommessa che faccio con me stesso per poi divertirmi a scoprire se ho indovinato...