«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
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mercoledì 21 dicembre 2022

Giovani d'oggi

Lo scorso agosto Andrea, uno dei vicini/studenti di Pisa, fu così gentile da prestarsi a una delle mie “strane” idee: ovvero ebbe la pazienza di rispondere per circa un 45 minuti a delle domande che mi ero preparato.

Il mio obiettivo era quello di cercare di capire come i giovani d’oggi percepiscono e interagiscono con la realtà che li circonda e, in particolare, l’effetto della tecnologia: come al solito ho obiettivi piuttosto ambiziosi.

Come mai non ho scritto prima questo pezzo? Semplicemente perché l’intervista avrebbe dovuto avere una seconda parte: e in realtà le domande più interessanti sarebbero venuto dopo. Avevo infatti preparato il tutto in maniera da fargli prima esporre i principi per poi in seguito verificare la coerenza della logica del comportamento adottato: ovvero se e quanto rispettava le loro proprie premesse.
Sfortunatamente, un po’ per pigrizia, un po’ perché distratto da altre faccende, un po’ per dei cambiamenti di priorità, ho praticamente smesso di andare a Pisa e, le poche volte che sono passato, non siamo riusciti a incontrarci…

Devo poi premettere che l’argomento mi sta a cuore da anni e, come al solito, tendo ad assorbire tutte le informazioni pertinenti in cui mi imbatto.
Da questo punto di vista sono infatti rimasto, paradossalmente, deluso: le risposte che ho avuto hanno sostanzialmente confermato ciò che mi aspettavo. Non ho avuto sorprese o rivelazioni sconvolgenti. Ah! poi, giustamente, Andrea mi ha più volte ribadito che la sua percezione dei giovani d’oggi è comunque parziale, che la sua cerchia di conoscenze è limitata e di ambito universitario: tutte cose di cui ero consapevole e di cui avrei tenuto conto comunque; però ho apprezzato la sua sensibilità nel volermelo far notare.

Come accennato uno dei miei principali interessi era capire se dei giovani, nati e cresciuti, in un’epoca dova la rete Internet è divenuta pervasiva e onnipresente, riuscissero a sfruttarla in maniera più competente e abile delle generazioni precedenti. Ma… no: meglio non anticipare niente!

Di seguito le domande e le risposte e, a seguire, dei commenti e conclusioni generali.
Per semplicità mi rivolgevo a lui direttamente ma gli avevo specificato più volte che intendevo i “giovani in genere”.

1. Quali sono le tue fonti di informazioni per tutto ciò che non riguarda la tua materia di studio?
A. Principalmente le reti sociali e fra queste soprattutto Instagram, meno FB: questo soprattutto per le notizie istantanea, quello che succede in diretta. Per notizie più approfondite si legge un quotidiano in linea. Altre notizie sono mediate dalla famiglia.

2. Con quale criterio le hai scelte? (ovviamente mi riferivo alle fonti mentre Andrea pare più intendere gli articoli).
A. Tramite una ricerca su Google: perché “le prime notizie riportate sono affidabili” in particolare se provengono d quotidiani in linea famosi.
2A. Cosa intendi con “affidabili”?
A. Che rispecchiano la realtà, che sono oggettive.
2B. Sei in grado di distinguere un fatto oggettivo da un’opinione?
A. Sì.

3. Quali sono i pro e i contro di questo tipo di fonte?
A. Il vantaggio principale è la velocità quasi istantanea della notizia; lo svantaggio è che l’informazione è incompleta (superficiale?). Fastidiosa poi la pubblicità.

4. Cosa pensi dei media tradizionali (radio, tivvù, quotidiani cartacei, libri etc.)?
A. La tivvù non è usata per informarsi ma solo per l’intrattenimento. Può capitare di seguire qualcosa se la famiglia fa altrettanto. Analogamente la radio è usata solo per la musica. I libri non vengono letti [qui ricordo che Andrea, evidentemente un lettore, era piuttosto disgustato dai sui coetanei e quando gli chiesi se venivano letti solo i libri di scuola/università mi rispose “poco anche quelli!”].

5. Cosa pensi invece dei media alternativi (canali YouTube, forum, blog, Wikipedia etc.)?
A. Wikipedia è usata molto è ha un buon voto: 7½ [evidentemente gli avevo chiesto di quantificare!].
I canali YouTube non vengono seguiti; eventuali singoli video ovviamente sì.
I blog non vengono seguiti mentre i forum sono solo per “i vecchi da trent’anni in su” (!).
Anche in questo caso comunque la famiglia ha una sua influenza (evidentemente nel promuovere specifici collegamenti).

6. Come fai a valutare l’affidabilità dei media alternativi?
A. Per i blog ci si basa sul “nome” dell’autore mentre Wikipedia ha un’affidabilità discreta.

7. Come fai a riconoscere eventuali bufale?
A. Confronto con informazioni già note; conta anche la provenienza dell’articolo. In base all’interesse personale possono esserci ulteriori approfondimenti o no.
7A. Pensi che la censura possa essere giustificata?
A. Una censura parziale sì. [mi pare di ricordare che avesse in mente l'informazione sul covid-19]

8. Conosci hai provato dei corsi in linea?
A. Sì li conosco ma ho seguito solo quelli che mi servivano per lo studio.

Insomma avevo fatto delle domande piuttosto generiche e le risposte non mi avevano stupito (per esempio sapevo, da qualche articolo letto in linea, che i giovani trovano che FB sia per “vecchi” e preferiscono invece Instagram) però qualcosa emerge: mi pare ci sia una fiducia di fondo per ciò che è considerato “ufficiale” a partire dai quotidiani in linea: se una notizia appare su Corriere.it o Repubblica.it non viene messa in dubbio.
Colpisce e preoccupa l’accettazione della censura in funzione di protezione dalle bufale o per la presunta tutela della salute pubblica.

Questa mentalità rientra in una sensazione più sfumata che ho avuto interagendo con questo piccolo campione di giovani: una certa apatia e tendenza a un rispetto acquiescente delle regole. Mi è parso di vedere l’abitudine a non pensare fuori dagli schemi. Per esempio avevo offerto a questi studenti di prendersi le cianfrusaglie che avevo in casa ma essi presero solo quello che gli serviva. Sono sicuro che i miei vicini di trent’anni fa avrebbero preso TUTTA la roba magari con l’idea di rivenderla o, nel caso peggiore, regalarla: per esempio avevo un piccolo manifesto incorniciato fra vetro e cartone: capisco che il manifesto possa non piacere ma perché non prenderlo comunque per riusare la cornice per metterci altro?
E non si tratta di giovani viziati, cioè che hanno tutto e bisogno di nulla, anzi… è proprio un qualcosa nella mentalità: una specie di inquadramento a vedere la realtà così come viene descritta, come dovrebbe essere in teoria.

Certo il campione su cui mi baso è insignificante e può darsi benissimo che conoscendo giovani diversi, magari sempre universitari pisani, potrei ricavarne un’impressione totalmente diversa.
Però è forse possibile ipotizzare una spiegazione alternativa: l’effetto di un sistema educativo sempre più nozionistico e che, come tale, spinge i giovani ad apprendere le nuove conoscenze in maniera mnemonica senza preoccuparsi di una prospettiva più ampia e onnicomprensiva, senza cioè una comprensione più profonda. Questo paradigma applicato alla vita quotidiana potrebbe forse causare l’effetto di fermarsi al livello più superficiale dell’informazione senza rifletterci sopra per approfondirla e finendo per prendere per “buono” tutto quanto sia “ufficiale”, ovvero col crisma dell’autorità.

Intendiamoci la mia è solo una sensazione/intuizione: magari già parlando di più con Andrea sarei potuto giungere a conclusioni diverse. Magari è anche il mio tipo psicologico che tende a non dare niente per scontato (*1)…

Un altro aspetto, questo credo comune a tutti i giovani di ogni epoca, è la sovrastima delle proprie certezze: lo si vede, per esempio, dalla certezza di Andrea di saper riconoscere le bufale quando poi il suo criterio principale di valutazione è l’auctoritas (v. Auctoritates, auctoritas e bifidus regularis) ovvero il basarsi sulla fonte più che sul concetto in sé.
Intendiamoci: anch’io a quell’età ero così e pensavo di aver capito tutto, almeno di ciò che era realmente importante o che mi interessava…

Invece, anche se in verità non mi aspettavo niente di diverso, sono rimasto un po’ deluso dal fatto che chi è nato e cresciuto con la tecnologia informatica non abbia sviluppato un istinto per sfruttarla a proprio vantaggio. Intendiamoci, da un punto di vista tecnico, dell’usare insomma, non hanno problemi. Manca però la consapevolezza dei limiti e, forse, dei pericoli.
Ingenuamente sognavo che avessero un chissà quale misterioso trucco, non saprei neppure io immaginarmi cosa, per riconoscere il vero dal falso, l’affidabile dall’incerto, il pericolo dal sicuro. Invece no: non mi sembra che siano, da questo punto di vista, diversi dal resto della popolazione: si basano sul sentito dire, su ciò che arriva dalla famiglia e dalla scuola, magari dai propri coetanei...

Conclusione: volendo sintetizzare (*2) la mia sensazione è che i giovani d’oggi siano sostanzialmente come i giovani di ieri: stessi pregi e stessi difetti...

Nota (*1): più volte mi pare di essermi già divertito a descrivere come io non prendessi per buono neppure quello che mi insegnavano i miei professori universitari nella loro materia! Insomma dal mio punto di vista quasi patologico tutti tendono ad apparirmi troppo poco sospettosi, quasi ingenui: del resto, se fossi diverso, probabilmente mi sarei scelto un soprannome diverso da KGB!
Nota (*2): in attesa di riuscire a realizzare la seconda parte della mia intervista!

martedì 20 dicembre 2022

La servitù volontaria

Pochi giorni fa ho iniziato a leggere un nuovo libro: “Discorso della servitù volontaria” di Étienne De La Boétie.
Si tratta di uno di quei libri che trovo citati in ciò che sto leggendo e che, intuisco, possano essere interessanti. In questo caso non ricordo neppure dove l’ho trovato (forse in Rawls?) ma solo di aver letto il nome dell’autore e dell’opera…

Comunque il problema è che io sono ignorante perché in realtà si tratta di un libro conosciutissimo: un qualcosa fuori dal suo tempo e, per questo, a volte interpretato un po’ liberamente dalle generazioni successive per supportare le teorie del momento.

La mia edizione inizia con una lunga introduzione dove si spiega l’origine dell’opera: ne ho letto il primo capitolo ma poi mi sono reso conto che il secondo dava alcuni aspetti del testo per noti e, così, anche per non lasciarmi influenzare, ho deciso di passare direttamente all’opera vera e propria di De La Boétie.

Finora ho scritto che si tratta di un’opera famosa senza spiegarne il perché: beh, il motivo è dato dalla contemporaneità di due fattori.
1. “Discorso della servitù volontaria” fu scritto a metà del XVI secolo, ovvero intorno al 1550!
2. La questione affrontata è come mai la popolazione, contrariamente al proprio interesse, ubbidisce al volere di un singolo tiranno invece di ribellarsi.

E siamo circa 239 anni prima della rivoluzione francese!

Onestamente la spiegazione di quello che all’autore appare un paradosso mi sembra essere piuttosto semplice.
La Boétie considera l’intera popolazione come fosse un’unica persona con un’unica volontà: in realtà sappiamo che non è così.
I problemi sono infatti due:
1- Da una parte la popolazione dovrebbe pensarla allo stesso modo: essere convinta di subire un’ingiustizia e decidere di attivarsi per risolverla.
2- Dovrebbe esserci la capacità di comunicazione in primo luogo per sapere che tutte le altre persone sono concordi. Non basta la consapevolezza teorica che, per logica, dovrebbe essere così: è necessaria la conferma (*1).

Mancando questi due fattori le persone si trovano in una situazione di informazione parziale. Con la logica possono anche essere consapevoli di venire sfruttate e, quindi, di voler cambiare le cose. Nella pratica si ritrovano però con due scelte: agire (pericolosa anche se potenzialmente estremamente proficua) o subire (sicura ma dal profitto minimo).
Ma per il singolo agire è la soluzione migliore SOLO SE tutte le altre persone decidono di fare altrettanto (se infatti la rivoluzione fallisce i rivoluzionari fanno una brutta fine!), in caso contrario gli conviene subire e accettare la propria esistenza grama.

Nel complesso il meccanismo mi pare analogo al dilemma dei due prigionieri e alla tragedia dei “commons”.
Nel primo caso il conflitto è fra due singoli dove l’interesse personale dell’uno va in conflitto con quello dell’altro.
Nel secondo l’interesse del singolo va in conflitto con quello del resto della comunità.

Il testo (sto verificando su “Psicosociologia” di Myers e Twenge a pag. 392!) afferma che i problemi di fondo sono tre:
1. l’errore fondamentale di attribuzione il quale in pratica consiste nel dare la colpa di una situazione al comportamento di una persona piuttosto che alle circostanze. Se ho ben capito questo porterebbe a scarsa fiducia fra le parti coinvolte.
2. la costante evoluzione delle motivazioni delle parti che ne provoca un comportamento incoerente.
3. molte situazioni reali sono equivalenti a giochi a somma non zero. Nelle situazioni dove il profitto del singolo è in contrasto con quello della comunità nascono i problemi. L’ideale sarebbe avere situazioni dove la scelta vantaggiosa per il singolo sia vantaggiosa anche per la comunità.

Ma personalmente rimango dell’opinione che le cause di fondo siano le due che ho precisato io. In particolare la mancanza di comunicazione è decisiva. Non è un caso che nel dilemma dei prigionieri questi non possano comunicare fra di loro. Nella tragedia dei “commons” la comunicazioni fra tutte le parti è semplicemente impossibile.
I punti 2 e 3 del libro di psicosociologia mi sembrano invece equivalere alla possibile diversità di opinioni del mio punto 1.

Conclusione: la mia sensazione (e ancora non ho finito di leggere il testo di De La Boétie) è che il suo fosse effettivamente un esercizio di dialettica e che non avesse fini politici. Ah! mi sono infatti dimenticato di dire che gli studiosi si accapigliano proprio su questa questione!
Secondo me è un esercizio di dialettica proprio perché l’autore mi pare nascondere volutamente gli aspetti che scioglierebbero il paradosso: ovvero che la popolazione non agisce né pensa come una singola persona. Cioè per me è ovvio che i problemi siano i due che ho descritto ma c’è anche la possibilità che ciò non sia immediatamente evidente a tutti. Eppure credo che qualsiasi persona intelligente, e De La Boeté lo era sicuramente, dovrebbe perlomeno notare il problema e, in qualche modo, affrontarlo. Se l’autore non lo fa è perché non vuole e non lo vuole perché, appunto, il suo obiettivo è puramente un esercizio di retorica.

Nota (*1): mi è tornato in mente un vecchio aneddoto di una trentina di anni fa: un amico di mio zio si divertiva a chiedere provocatoriamente come mai quando al semaforo arriva la luce verde tutti non schiacciano il piede contemporaneamente sull’acceleratore e, invece, aspettano di vedere muovere la macchina davanti alla propria dato che così facendo introducono un ritardo cumulativo che rallenta tutti. All’epoca mi sembrò una sciocchezza: è evidente che la ragione è di sicurezza; non sappiamo se chi ci precede è distratto e non ha visto il verde, se la sua macchina ha avuto un problema e non si muove etc.
Ma si vede chiaramente la somiglianza fra questo “problema” e quello enunciato da De La Boétie: anche qui manca la comunicazione fra tutti i partecipanti e la consapevolezza del pensiero altrui...

lunedì 19 dicembre 2022

La vera Europa

Premetto che non ho seguito molto la vicenda di corruzione che sta coinvolgendo il Parlamento Europeo: ma la mia riflessione sarà di alto livello e i dettagli sono quindi irrilevanti.
Cosa intendo con “alto livello”? Beh, seguitimi e lo scoprirete… (faccio prima che a tentare di spiegarlo!)…

L’UE venne “venduta” agli europei come gli “Stati Uniti d’Europa” ovvero un’unione reale che avrebbe dovuto rendere il vecchio continente più unito e forte.
Ricordo che all’epoca, cioè negli anni ‘80 quando se ne parlava, gli USA erano piuttosto preoccupati temendo un concorrente globale forte sia economicamente che militarmente e, quindi, politicamente. Forse anche per questo il Regno Unito entrò nell’unione come elemento destabilizzante con lo scopo principale di evitare che si formasse una vera unione politica.
In seguito, più volte, politici di alto livello hanno spiegato che NON c’è alcuna intenzione di realizzare gli Stati Uniti d’Europa anche se, periodicamente, l’idea viene “rivenduta” alla popolazione speranzosa.

In realtà, probabilmente fin dall’inizio, l’idea era solo quella di realizzare un grande mercato comune che superasse i vincoli locali delle varie nazioni: un portone aperto per le grandi multinazionali. La libertà di movimento degli europei all’interno dell’Unione è stato un “errore” fortunato: l’idea era solo quello di abbassare il costo della mano d’opera favorendo l’emigrazione interna da Stato a Stato. Non si era considerato che i lavoratori, se non costretti dalle difficoltà economiche, preferiscono rimanere nel proprio paese natale. Di contro questa libertà di circolazione dette alla popolazione europea l’illusione che ci si stesse effettivamente muovendo verso un’unione politica quando in realtà il vero scopo era, appunto, solo quello di diminuire il costo della mano d’opera. Nei primi anni ‘90 non vi era ancora infatti stata la fuga delle aziende verso la Cina ed effettivamente vi era, anche in Italia, una minima carenza di mano d’opera.

Una decina di anni dopo arrivò l’euro: anche questa moneta comune dette ai più, me compreso, la sensazione di andare verso un’unione reale dei diversi paesi europei. Ma anche questa era un’illusione: stavolta l’idea era quella di favorire gli stati dall’economia più forte (Germania e Paesi Bassi) a scapito di quelli più deboli. La Francia invece si illudeva di aver più controllo sulla Germania privata del marco.
In realtà l’unione artificiale di economie diverse (in costo del lavoro, tasse, infrastrutture, costo energia, burocrazia e simili) con una moneta uguale per tutti i paesi dell’unione, senza alcun tipo di compensazione, NON poteva funzionare (v. L’euro assassino). La conseguenza è stata la crisi dei paesi con economia più debole che, per rimanere competitivi, hanno dovuto iniziare a togliere diritti ai lavoratori e ad abbassare il costo del lavoro. Ecco spiegata la politica italiana a partire da Monti fino ad arrivare a Draghi (compresa probabilmente la Meloni ma diamole, per adesso, il beneficio del dubbio).
In nome delle illusioni della moneta unica e della libera circolazione dei lavoratori gli europei hanno ingoiato una lunga serie di fregature: le varie medicine amare che “l’Europa” ci chiedeva di prendere, i famosi “sacrifici”, il famigerato “ce lo chiede l’Europa”…

Da un punto di vista democratico la democrazia europea è praticamente nulla (v. Vittoria democratica insidiata): soprattutto manca la trasparenza di quello che viene deciso a Bruxelles e le conseguenze per gli europei.
Ma se consideriamo tutte le cinque condizioni della rappresentatività imperfetta ([E] 5.4) ci accorgiamo che queste sono praticamente tutte verificate (v. Un po’ di PE) e che quindi gli interessi del potere rappresentato, il popolo, e il delegato (le istituzioni europee) divergono al massimo grado.
Inoltre alla Commissione Europea e al Consiglio dell’Unione Europea si può applicare il corollario dei gradi di distanza ([E] 5.5) e questo ci fa immediatamente comprendere che la distanza fra potere politico e gli interessi della popolazione è notevole.

Quello che abbiamo adesso sono delle istituzioni europee, per quanto riguarda le iniziative economiche, in mano alle lobbi. Riguardo la geopolitica, la guerra in Ucraina ha reso evidente che siamo delle colonie, senza voce in capitolo, degli USA. I “nostri” rappresentanti hanno infatti preso delle decisioni politiche con conseguenze economiche devastanti per l’intera popolazione europea da cui solo gli USA di capitan Babbeo guadagneranno, forse e solo nel breve termine, qualcosa.
Al riguardo ho già scritto numerosi pezzi e non ho intenzione di ripetermi…

In questa prospettiva capirete quindi il mio scarso interesse per le notizie di corruzione che arrivano dal Parlamento Europeo. Non me ne stupisco: semplicemente sono consapevole che ciò che sta emergendo è solo la punta dell’iceberg di un sistema corrotto e marcio. Un marciume inevitabile data la mancanza di trasparenza e democrazia che caratterizza l’UE.
Cioè, anche solo considerando come i vari alti funzionari europei finiscono, senza imbarazzo, a lavorare per grandi istituzioni finanziare internazionali, e sapendo che i maggiori organi europei sono al servizio delle lobbi era ovvio che vi fosse della corruzione più o meno manifesta. Come si dice? Se la testa del pesce è marcia il corpo non potrà essere meglio…

Quindi cosa succederà?
Anche in questo caso il mio interesse è molto scarso: il sistema è ormai totalmente malato e non potrà sanarsi senza una riforma strutturale delle istituzioni europee che, al momento, non è né ipotizzata né ipotizzabile.
Allora tutto si ridurrà all’apparenza. Se si vorrà cercare di dare un’illusione di onestà allora i colpevoli di corruzione verranno puniti severamente; se invece si deciderà di non alzare l'attenzione su questa vicenda, anche per paura di scoperchiare altre pentole piene di vermi, allora il tutto verrà insabbiato più o meno rapidamente.
Rimane il fatto che, comunque, si tratterà solo di illusione: il corpo è marcio e non può essere sanato. Cosa si farà con queste “mele marce” che non sono di certo isolate, ha poca importanza: sarà solo funzionale a mantenere il più possibile un’illusione, ripeto un’ILLUSIONE, di serietà e onestà.

Conclusione: vediamo. Continuerò a seguire la vicenda con interesse minimo. Come ho spiegato altrove la vera battaglia per la democrazia l’occidente la dovrà combattere contro se stesso e l’agone saranno gli USA: tutto quello che accade altrove è di scarsa o relativa importanza (*1).

Nota (*1): un’eccezione è la guerra in Ucraina voluta e supportata dagli USA di capitan Babbeo: se, come sembra, la Russia alla fine prevarrà nonostante il sostegno occidentale questo avrà conseguenze importanti per l’intero occidente e potrebbe accelerare un mutamento politico anche se, sfortunatamente, non necessariamente in meglio.

domenica 18 dicembre 2022

Genio incompreso

Ultimamente diversi libri mi sembrano eccezionali inizialmente e poi non mantengono le aspettative create pur, magari, rimanendo buoni. Il romanzo "Forse che sì, forse che no" di D’Annunzio temo sia uno di questi.

Il motivo per cui ho cambiato opinione mi pare però interessante.

Nella prima scena, quella della corsa in macchina, le emozioni descritte dall’autore sono risuonate dentro di me: capivo bene cosa intendeva e ammiravo lo stile con cui riusciva a descriverle.

La seconda scena però si svolge all’interno di una reggia abbandonata che i protagonisti visitano: qui le emozioni sono provocate dall’alternarsi delle sale vuote e dagli scorci di giardini preda dell’incuria. Le emozioni sono più sottili e per me divengono impalpabili, non le riconosco e quindi, pur ammirando l’abilità descrittiva dell’autore, non mi coinvolgono.

La chiave qui è la personalità e l’intensità delle emozioni. Per natura ho un carattere che tende a sopprimere le emozioni (Fe inferiore) e, quindi, molto raramente riesco a percepire quelle più evanescenti. Faccio fatica a immaginarmi di trovarmi in un palazzo simile a quello visitato dai protagonisti e a provare emozioni profonde: piuttosto noterei particolari interessanti (per me!) e starei attento a non ferirmi con chiodi arrugginiti preoccupandomi di muri e balconi pericolanti.
Anzi, secondo me, qui D’Annunzio sopravvaluta la sensibilità del lettore medio: credo che solo le persone più percettive possano riconoscersi nelle emozioni che descrive.

La quarta scena (quella che attualmente sto leggendo e che conclude il primo capitolo) mi è anch’essa estranea ma, in questo caso, non emotivamente ma culturalmente.

A metà del primo capitolo (in pratica nella terza e quarta scena) vengono presentati altri due personaggi: il fratello adolescente (Aldo) della protagonista femminile (Isabella) e un’altra ragazza (Vania) che non mi è ancora chiaro chi sia e, soprattutto, che relazione abbia con gli altri personaggi al di là di una generica amicizia…
Aldo, si capisce, è molto legato alla sorella e, quando improvvisamente capisce/intuisce, che ella ha baciato Paolo egli ha una specie di crollo psicologico: scappa via disperato, con le lacrime agli occhi e invocandone il nome.

Qui culturalmente non so proprio cosa dovrei intendere: è normale nel 1910 che i fratelli minori non tollerino l’idea che la sorella maggiore possa baciare il fidanzato o, almeno, il candidato tale? Oppure c’era fra i due un rapporto incestuoso? O magari era solo il fratellino a essere innamorato, magari senza neppure rendersene conto, della sorella?

Bo: suppongo che lo scoprirò presto ma per il momento la reazione del giovane mi lascia perplesso e, forse, non capisco ciò che per il lettore del secolo scorso sarebbe invece ovvio.

Conclusione: comunque lettura da bagno decente che alterno con Darwin…