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domenica 28 dicembre 2014

FNHM 11/11

Ho deciso di chiudere questa serie: ho ricontrollato tutte le note che mi ero appuntato per i capitoli finali (molto numerose perché ero più sistematico nelle mie annotazioni) e, anche a scapito di tralasciare alcuni temi interessanti (il nazionalismo, l'importanza della guerra franco-prussiana, la religione, Wagner, l'opera, etc... oltre alla solita miriade di concetti ripetuti e sottilmente rivisti), ho deciso di limitarmi a riassumere quelle che secondo me sono le debolezze di questa opera di Nietzsche...

Probabilmente i miei commenti di oggi sono fra i più interessanti dell'intera serie dove, in maniera non particolarmente originale, cerco di tradurre in parole povere le idee di Nietzsche magari aggiungendovi delle esperienze personali. Premetto però che, a distanza di mesi dalla lettura di La nascita della tragedia, i miei ricordi su cosa non mi convincesse hanno perso il nitore originale: al riguardo infatti mi ero appuntato molto meno di quanto ricordassi...

Prima di tutto ho un paio di dubbi.
Lo scopo della tragedia è quello di rendere accettabile la vita: il dolore connaturato in essa viene infatti assorbito dall'opera catartica della tragedia che ne sgrava così lo spettatore.
Al contrario si accusa la civiltà attuale, e fondamentalmente la scienza, di illudere l'uomo con il suo ottimismo: la scienza dà risposte illusorie che rendono tollerabile la vita.
Ma se la vita è comunque dolore è così importante cosa la renda accettabile?
Qual è il pregio superiore di annullare il dolore rispetto a quello di nasconderlo dietro un'illusione?
Al riguardo si potrebbero fare molte ipotesi (e probabilmente le mie conclusioni sarebbero affini a quelle di Nietzsche) ma sarebbe stato compito dell'autore esplicitare chiaramente questo problema di fondo.

L'altro dubbio è sulla relazione fra tragedia (vista come forma d'arte perfetta) e popolo greco (visto come popolo “perfetto”). Non è chiaro se sia la tragedia che renda il popolo greco “perfetto” o, vice versa, che sia il popolo “perfetto” a giungere necessariamente alla tragedia “perfetta”. Cioè cosa è la causa e quale l'effetto?
Stabilirlo sarebbe fondamentale per comprenderne l'evoluzione: la tragedia greca declinò perché i greci non erano più “perfetti” o, al contrario, fu il declino della tragedia a rendere i greci deboli e timorosi? Non ne sono sicuro, dovrei rileggere con più attenzione stando attento a questo aspetto specifico, ma ho la sensazione che Nietzsche optasse per l'una o l'altra di queste interpretazioni a seconda della necessità...
Nelle sue interpretazioni storiche Nietzsche appare molto superficiale: riduce e semplifica troppo limitandosi ad affermare quanto basta a giustificare le proprie teorie.

Ma questi erano dubbi che, in teoria, non minano alla base la sua opera. Veniamo invece agli errori veri e propri.

Un primo errore di Nietzsche è quello di considerare nelle proprie argomentazioni interscambiabili il singolo individuo e l'intero popolo. Se prendere un singolo tedesco a casaccio e porlo a esempio, in piccolo, del popolo tedesco può avere, con molti “se” e “ma”, una sua logica ma è invece assurdo prendere un tedesco e dire "Il popolo tedesco è lui: ciò che accade a questo singolo accade all'intero popolo". Fra una persona e un popolo ci sono sì molte similitudini ma anche fondamentali diversità. Gli effetti della tragedia si hanno su singoli individui non sui popoli: non è equivalente dire che, poiché tutto il popolo assiste alle tragedie, l'effetto finale sul popolo è lo stesso che sul singolo. La sociologia ha caterve di esempi in cui un gruppo di persone si comporta in maniera totalmente difforme da quanto farebbe un singolo!
Invece Nietzsche nelle sue argomentazioni scambia indifferentemente individuo e popolo arrivando così a conclusioni dubbie.

Ma l'errore fondamentale è quello di confondere i presunti effetti della combinazione fra musica e mito (tragedia) con l'interpretazione che di essi ha il singolo individuo.
Per Nietzsche sono la musica e il mito il soggetto agente mentre l'individuo è l'oggetto che subisce la loro influenza. Io affermo invece che è il contrario: il soggetto è l'individuo che, grazie alla propria sensibilità, interpreta la tragedia e viene toccato nell'intimo da essa.
Le implicazioni sono fondamentali.
Se è l'agente è l'individuo allora l'effetto della tragedia varierà a seconda delle varie sensibilità. Questo oltretutto significa che l'effetto sul singolo non potrà essere lo stesso che sul popolo perché ogni persona reagirà in maniera diversa.
Lo stesso Nietzsche ammette l'ovvio, ovvero l'esistenza di sensibilità diverse, ma non arriva alla logica conclusione che l'efficacia della tragedia è variabile, quindi non universale, e non può essere trasferita a un popolo. Credo che Nietzsche abbia confuso la propria sensibilità pensando che fosse comune a tutti.

Detto questo, sebbene l'opera sia basata su premesse fallaci, è comunque ricca di spunti interessanti. Chiaramente si tratta di un'opera prima organizzata in modo caotico (le continue ripetizioni, come fossero appunti non ricontrollati, confondono terribilmente) anche a causa del suo scopo inconscio di fondo. Lo stesso Nietzsche lo afferma nella prefazione scritta una decina di anni dopo...

In conclusione NON consiglio la lettura di questo libro: è stata interessante per me per vari motivi personali (v. i vari FNHM iniziali) ma, per il lettore occasionale, c'è poco di valido.

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