«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

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venerdì 4 maggio 2012

Lezione XXIV: Paranoico 2

Lezione tranquilla: il maestro è arrivato con largo anticipo (beh, solo perché aveva da controllare la posta!) e abbiamo così iniziato la lezione in perfetto orario. Per un attimo mi è sembrato di essere tornato alla stazione ferroviaria in Olanda...

Per prima cosa abbiamo provato insieme dei nuovi esercizi di riscaldamento: visto che avevo mal digerito quelli di John Petrucci (deprimentemente troppo difficili per me) siamo passati a quelli proposti dalla rivista “Guitar Gym”. In effetti questi sono più umani e ricordano quelli a cui ero già abituato (poi, vabbè, li propongono a delle velocità per me non solo irraggiungibili ma addirittura difficilmente immaginabili! Ma io me ne frego e li faccio superlentamente aumentando la velocità giorno per giorno... eh! eh!...sigh...).
Abbiamo provato a farli insieme ma non c'è assolutamente niente di difficile da capire (vorrei mettere qui qualche tablatura di esempio ma il maestro mi deve ancora spedire il pdf! Se me lo ricordo farò un “edit” fra qualche giorno...).
Edit: (4/5/2012) Colpo di scena! Il maestro ha avuto un ripensamento e ha deciso che è meglio se mi esercito su esercizi ancora più facili: mi ha quindi assegnato ES1 variante A & B ed ES2 variante A, B, C. Ah, gli esercizi si riferiscono a questo sito...

Alla fine abbiamo scoperto che parte dei problemi che ho in alcuni esercizi dipendono dall'errata posizione del mio pollice sinistro che in pratica, invece di essere tenuto lungo il manico e allineato verso la paletta, dovrebbe puntare verso l'alto ed essere (più o meno!) opposto all'indice.

Poi siccome non avevo nessun problema/dubbio o domanda sugli esercizi siamo passati direttamente al brano. Come deciso alla scorsa lezione (vedi Lezione XXIII: paranoico) il brano che, in teoria (!), dovrei imparare è Paranoid dei Black Sabbath: già la scorsa settimana mi aveva scritto al volo un passaggio sul quale impratichirmi ed è da questo che siamo partiti...
Dopo avermi ascoltato e dato qualche consiglio abbiamo provato a suonare con la canzone in sottofondo!
Il trucco era che la velocità della canzone era dimezzata: il maestro aveva infatti lo spartito (completo di batteria, basso, chitarra base e chitarra solista) sul computer e con un semplice click poteva modificarne i bpm...
Ovviamente c'è un passaggio difficile (per il quale il maestro mi ha scritto un arrangiamento semplificato se proprio non mi dovesse riuscire) ma sono fiducioso.

Un problema inaspettato è stato tenere il conto del numero di accordi E5 da suonare: infatti sono ben 16 (seguiti da 8 D5). Il maestro mi ha spiegato che invece di contare fino a 16 dovrei cercare di dividere le note a gruppi di 4 e di mettere l'accento sul primo accordo di ogni gruppo: in pratica dovrei contare quattro volte fino a quattro. Fattibile ma mi devo esercitare.

Update: oggi ho provato a casa il brano. Tuxguitar mi ha caricato senza problemi il file gp3 di GuitarPro. L'unica differenza è che la qualità dei suoni di Tuxguitar è di gran lunga peggiore ma, visto che non mi serve per ascoltare musica ma per avere una base su cui suonare, mi va ugualmente bene...
Attualmente cerco di suonare il brano al 40% della velocità originale ma anche così non è banale!
Inoltre ho scoperto che la tablatura su cui mi ero esercitato la scorsa settimana è leggermente diversa da quella del file gp3. Tutto sommato mi pare più semplice e quindi non mi lamento...

Ho evidenziato in viola le differenze: essenzialmente i tre accordi finali sono più facili perché la mano è già in posizione e non ha da scendere lungo il manico; inoltre al posto dell'harmonics c'è quella specie di accordo ottenuto suonando le prime 3 corde sul dodicesimo tasto...

Insomma è dura ma fattibile... spero...

giovedì 3 maggio 2012

Febbre bassa: come alzarla...

Ieri un'amica mi ha spedito un'email con uno spunto molto interessante. In un messaggio precedente, aveva usato delle parole un po' drammatiche e io ci avevo scherzato sopra: così mi ha spiegato il “perché” delle sue espressioni. Di seguito copio e incollo, previa autorizzazione, la sua risposta che, pur estratta dal suo contesto, mi pare comunque chiara:

...in realtà, avevo scritto la frase semi-drammatica... ...ripensando alla frase di una persona che qualche giorno fa avevo sentito affermare "è bello sapere di condurre una vita inutile per gli altri". La sua era una considerazione un po' triste, ma ironica, sul fatto che qualche settimana fa è morto suo padre e, dopo tanto tempo passato al suo capezzale, convinta che si sarebbe ripreso, si sentiva... "inutile", perché non poteva più aiutare nessuno e soprattutto perché sentiva di non essere (stata) in grado di aiutare nessuno. Ho "rubato" la sua espressione, non per convinzione della mia inutilità, quanto piuttosto perché - pensandoci – è condivisibile il pensiero della "inutilità" delle nostre vite nei confronti di quelle di altre (perché non possiamo, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene, influenzarle o dare loro un contributo).
...


La frase chiave sarebbe "è bello sapere di condurre una vita inutile per gli altri" e, visto che è ironica (vedi Chiavi di ricerca per il significato di ironia), equivale a "è triste sapere di condurre una vita inutile per gli altri".
In effetti l'uso sapiente dell'ironia dà particolare forza alla frase e, paradossalmente, ne esalta la tristezza. Probabilmente anch'io, sentendola dal vivo, ne sarei rimasto colpito...

Generalizzando tale affermazione si pone il problema di quanto, nel bene o nel male, siamo in grado di influenzare le persone intorno a noi.
Riflettendo un po' ci si rende conto che, come spesso accade, la frase, per quanto bella, non è una verità assoluta. Mi sono così chiesto quando e perché NON siamo in grado di influenzare il prossimo: l'argomento è vastissimo e sono consapevole di trattarlo in maniera superficiale ma, siccome mi pare interessante, non mi tiro indietro dal postare alcune riflessioni che ho fatto sul momento...

In primo luogo la nostra capacità di influenzare gli altri è limitata dall'altrui volontà di essere influenzati: avete mai provato a convincere, pur avendo ottime argomentazioni, qualcuno che per partito preso non vuole nemmeno ascoltarvi?
In secondo luogo può accadere che siamo noi a non essere in grado di esprimere chiaramente le nostre argomentazioni. Oppure le ragioni dell'altra persona finiscono per prevalere sulle nostre (indipendentemente da dove stia la “ragione”)...
Ma la maggior parte delle volte la verità è relativa: noi riteniamo superiori le nostre ragioni perché, dal nostro particolare punto di vista, lo sono ma altrettanto accade al nostro interlocutore che, semplicemente, vede le stesse cose in maniera diversa da noi...

Riassumendo la nostra capacità di influenzare gli altri può essere limitata da un problema di volontà, o da un problema di comunicazione o, infine, da un problema di relativismo.

Non bisogna quindi abbattersi ma considerare come minimizzare questi problemi.
Per il problema di volontà bisogna fare in modo che il nostro interlocutore sia disposto ad ascoltarci: non a limitarsi a star zitto mentre parliamo ma a cercare di capire quello che intendiamo con le nostre parole. Fra amici è normale che ci sia questa predisposizione alla mutua comprensione ma non sempre è così: per esempio in un ambiente competitivo, come al lavoro, può capitare un collega che si opponga ciecamente a una nostra idea...
Il problema di comunicazione è il più semplice da risolvere: basta avere la possibilità di riflettere sulle proprie idee e magari metterle nero su bianco. Una volta che tutto è chiaro a noi stessi è più facile esprimerle agli altri...
Il problema del relativismo si può affrontare cercando di immedesimarsi nell'altro avendo però l'umiltà della consapevolezza di non poterlo fare perfettamente. Se il nostro interlocutore continua a vedere la situazione in maniera diversa da noi magari ha ragione lui! Forse non conosciamo alcuni elementi o, semplicemente, egli vede più lontano di noi...

Insomma bisogna ascoltare col cuore, parlare sinceramente e, per quanto possibile, capire il punto di vista altrui.

In conclusione non sempre è possibile influenzare la vita altrui. A volte, quando avremmo voluto fare del bene, è in effetti molto triste. Però non è vero che sia sempre così: talvolta è possibile fare la differenza...
Infine bisogna ricordare che non sempre è un male non riuscire a influenzare gli altri: per quanto bene intenzionati non è detto che la nostra idea di “migliore” sia la stessa del nostro interlocutore. Parimenti è bene che il nostro interlocutore non sempre riesca a influenzarci specialmente quando non è in buona fede e cerca di convincerci delle sue idee solo per trarne un personale vantaggio...

mercoledì 2 maggio 2012

Ledificio (8/10)

Terzultima puntata! Vedi anche: parte 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7.
Il protagonista, dopo aver vagato per un tempo imprecisato all'interno dell'edificio, riesce a raggiungere l'uscita seguendo i lamenti di una donna che pare chiamarlo: la donna gli spiega che all'esterno l'aria è irrespirabile e che l'unica possibilità di salvezza è tornare indietro nel tempo sfruttando i paradossi dell'edificio. Caterina, che sembra conoscere meglio del protagonista le proprietà del labirinto, vuole essere condotta verso il suo "centro"...
Nella scorsa puntata il protagonista e Caterina raggiungono appunto il centro dell'edificio.

-= 8 =-

In un attimo fummo di fronte alla grande porta che ora mi sembrava incombere minacciosamente su di noi. “È questa?” mi chiese Caterina guardandomi con i suoi occhi scuri che brillavano per l'eccitazione.
Mi limitai ad annuire deglutendo. Improvvisamente ero molto preoccupato: temevo quello che pensavo sarebbe stato il nostro prossimo passo. “Dobbiamo entrare?” mormorai con un filo di voce.
Ci pensò un attimo, poi con mio stupore, rispose “No. Non c'è bisogno: ciò che per te è l'inizio e la fine per me è solo il punto di partenza...”. Capii che, ancor prima di finire la frase, stava già pensando ad altro. Poi, fra sé e sé, aggiunse “Adesso dovrei essere in grado di trovare la strada...”.
Non disse altro e iniziò a dirigersi spedita verso l'altra estremità del corridoio.
Io le corsi dietro chiedendole cosa avesse in mente ma lei mi ignorò: sembrava totalmente assorta nei suoi pensieri.
Perplesso mi limitai a seguirla: si muoveva con sicurezza, come se sapesse quello che stava facendo. Raramente aveva delle esitazioni. A volte, cosa per me incomprensibile, entrava in una stanza senza altre uscite, poi annuiva soddisfatta, girava su sé stessa, e ritornavamo da dove eravamo entrati: solo che la stanza dove rientravamo era cambiata e presentava nuovi ingressi di cui prima non c'era traccia. Questo nell'edificio era normale: quello che mi stupiva era che lei sembrasse sapere perfettamente quali nuovi varchi sarebbero apparsi e quali spariti...
La magia finì quando mi azzardai ad afferrarla per una spalla per costringerla a fermarsi per darmi le spiegazioni che mi sembravano dovute.
Lei si voltò verso di me con il volto trasfigurato dalla rabbia e mi sibilò soltanto “Lasciami!”: lo disse con uno sguardo così minaccioso che mi gelò il cuore.
Io la lasciai, non per paura che potesse farmi del male, quanto per l'improvvisa delusione: pensavo di conoscerla, pensavo che fossimo amici ma invece capii che io non ero nulla per lei. Mi aveva usato e aveva di malavoglia tollerato le mie domande. Niente di più. Ora che non aveva più bisogno di me non esitava a farmelo capire.
Il vedere la sua vera faccia, quella della sua anima intendo, fu un brutto colpo. Realizzai che avevo sempre frainteso la sua ritrosia a parlare di sé stessa: pensavo fosse semplicemente timidezza ma invece era una maschera che si era abilmente costruita per ingannarmi. Per qualche motivo a me sconosciuto non aveva voluto farmi conoscere delle informazione a lei ben note. Forse qualche segreto di questo mondo irreale? Possibile...
Appena la lasciai andare Caterina tornò a ignorarmi, si voltò e proseguì per la sua strada.
Per un attimo restai indeciso su cosa fare: sentendomi umanamente ferito ero tentato di abbandonarla al suo destino per poter pensare “peggio per lei”. Ma il timore di rimanere di nuovo solo era di gran lunga più grande del dolore per il mio amor proprio ferito: così, benché scuro in volto, mi affrettai a seguirla a pochi passi di distanza.
Come al solito è difficile giudicare per quanto tempo andò avanti questo silenzioso, e per me tristissimo, inseguimento ma mi sembrò relativamente breve: forse un paio di ore.
Arrivammo a una piccola scala: non la solita ampia scalinata che portava al piano inferiore; era una scala di servizio: con gradini alti e stretti e le rampe corte e ripide. Iniziammo a scendere e lo facemmo per molto tempo: quando finalmente trovammo una porta pensavo che saremmo stati almeno cinque piani nel sottosuolo. Invece eravamo al piano terra!
Di nuovo rividi la luce calda e abbagliante del sole e una brezza tiepida sulla mia faccia. C'erano anche dei rumori fortissimi che mi costrinsero a tapparmi le orecchie con le mani. Però, abituato all'eterno silenzio da cui provenivo, nonostante la loro dolorosa intensità li apprezzavo come fossero una sinfonia.
Sul momento non mi fu chiaro se fossimo effettivamente tornati indietro nel tempo come sperava Caterina. Eravamo in un corridoio con le finestre alla nostra destra simile, benché decisamente più stretto, all'altro che ricordavo: intuii che eravamo arrivati sul lato opposto dell'edificio. A una dozzina di passi davanti a noi c'era un'uscita.
I miei sensi erano sopraffatti da tante sensazioni diverse che esitai per qualche secondo senza riuscire a muovermi. Caterina invece schizzò avanti con un urletto di felicità: mentre io, solo a fatica, riuscii a muovermi per seguirla, fin troppo conscio del peso delle mie membra, come se i muscoli non fossero più abituati a sostenermi.
Mentre con passo incerto mi muovevo verso l'uscita, iniziai con orrore a distinguere i suoni che tanto avevano deliziato il mio udito: erano un misto di sibili, fischi, spari, grida impaurite, esplosioni lontane, rombi di motore e una cacofonia di altri rumori assortiti che, per i miei orecchi disallenati, era al momento impossibile scindere e riconoscere nelle singole componenti. Fin dove, o meglio “quando”, mi aveva guidato Caterina?
Quando arrivai all'uscita lei era già fuori che gridava tutta la sua gioia apparentemente ignara di tutto ciò che succedeva intorno a lei. Ma, a parte la felicità di Caterina, tutto quello che vedevo e che soprattutto intuivo dai suoni lontani e le numerose nuvole di fumo nero che si alzavano lungo l'orizzonte e dalla città lontana mi fece pensare che fossimo arrivati in un epoca ben più lontana di quanto auspicassimo: eravamo tornati durante la guerra nel mezzo del fronte che si estendeva a ridosso della città.
Ma non ebbi modo di pensarci troppo perché tutto accade in un attimo e, per quanto ci abbia ripensato più e più volte, non mi è facile descrivere quello che vidi.
Un soldato le urlò intimandole di fermarsi ma lei l'ignorò, intanto esplosioni lontane facevano tremare il terreno sotto i nostri piedi. Improvvisi, vicino fra gli ulivi, si sentirono dei secchi colpi di fucile: il soldato che teneva sotto mira Caterina ebbe un sussulto di paura e sparò. Vidi Caterina cadere senza un gemito, ripiegandosi su se stessa, come una bambola senza ossa. Io ero impietrito, immobile e impotente, nascosto dall'ombra dell'ingresso; un altro soldato arrivò a vedere cosa stesse succedendo e i nostri sguardi si incrociarono. Mi puntò contro il fucile: non ragionai e pensai solo a scappare. Sentii sparare mentre correvo vacillando verso l'estremità del corridoio, verso la porta che dava sulle scale.
Quando la raggiunsi il soldato doveva essere a sua volta entrato nel corridoio; varcai la soglia e sentii le pallottole conficcarsi nella porta alle mie spalle: non osai aspettare e risalii il più rapidamente possibile i gradini. Mi sembrò di sentire dei passi alle mie spalle ma non mi fermai ad aspettare. Lentamente i rumori dietro di me si affievolirono fino a sparire. Per sicurezza continuai a salire per mettere più distanza fra me e il mio inseguitore. Arrivai al quarto pianerottolo e, automaticamente, mi girai per continuare l'ascesa: non trovai però nessun gradino e, sbilanciato, caddi in avanti.
Ero di nuovo nel silenzioso e vuoto limbo grigio con la differenza che adesso ero solo: non riuscii a trattenere le lacrime e nemmeno ci provai.

martedì 1 maggio 2012

Perle paterne

Non sapendo cosa scrivere faccio un po' di copia e incolla: ho ripreso l'autobiografia che mio padre sta scrivendo e ne ho selezionato alcuni degli episodi che mi hanno più colpito. Ogni brano è seguito a ruota da poche parole di commento...

Guerra
Mi ricordo di un soldatino diciassettenne tedesco, fra gli ultimi della retroguardia che lasciava Firenze, che dalla tuta troppo grande tirò fuori due o tre zollette di zucchero per i bambini che lo guardavano ammirati. Qualche tempo dopo, all'arrivo dei soldati americani, fummo letteralmente ricoperti di caramelle, dolcetti, gomme da masticare e cioccolate da qualunque soldato incontrassimo per la strada.
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Da un punto di vista storico/militare questo semplice episodio la dice lunga sulla sproporzione di mezzi, in senso lato, fra Germania e USA

Elementari-Montessori
A scuola non avevo grossi problemi, a parte una volta che feci troppi sbagli ad un compito , o forse era una giornata no per Suor Rosalia (nei ricordi di allora, un'austera e grande suora, in quelli di oggi una ragazzina carina dallo sguardo dolce e tanti brufoli in viso), e feci la prova della berlina. Le suore erano convinte che un buon metodo per capire gli sbagli e quindi non farli più era quello di portare i colpevoli, rei confessi nelle altre classi e, con i quaderni appesi sulla schiena, lasciarli un po' al pubblico ludibrio dei compagni di scuola. Devo dire che il metodo, forse non molto cristiano, funzionò benissimo, se ancor oggi mi vengono i brividi su per la schiena al ricordo della vergogna che provai allora.
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Ma... con me non avrebbe funzionato...

La divina avventura
Un altro ricordo di quegli anni è quello di quando mia sorella si ammalò, credo di itterizia. I nostri dopocena si svolgevano nella camera da letto dei miei genitori con Miriam a letto e mio fratello maggiore Franco che, spesso al lume di una candela, leggeva alla famiglia riunita,tranne mio padre che era fuori al Bar a giocare a carte, “La divina avventura”. Era questo un romanzo a sfondo storico che narrava della prima crociata ed nella mia fantasia di bambino scorrevano le immagini dei cavalieri cristiani che, fra mille difficoltà, percorrevano le terre slave per raggiungere il S. Sepolcro fra storie e leggende di quelle terre lontane.
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Ricordo che ai tempi del liceo la nonna mi prestò questo librone (vedi qui) che considerava un vero tesoro di famiglia. Quando mi dimenticai di restituirlo mi accusò perfino di aver cercato di impadronirmene! Comunque era effettivamente un romanzo molto ben scritto e molto avanti al suo tempo...

Elvira
La signora Elvira era una dolce vecchietta emiliana, tipo Signora omicidi, rimasta da tempo vedova che faceva le carte e si diceva avesse poteri di preveggenza e di magia: insomma una specie di fattucchiera che non se la sarebbe passata bene nei tempi medievali di caccia alle streghe.
Era talmente brava con le carte che molte donne venivano per sapere come stavano, dove si trovavano, e se sarebbero tornati presto i loro figli o mariti ed andavano via rincuorate dalle parole della signora Elvira. La sera dell'otto Settembre 1944, la signora andava su e giù per la strada che portava dalla stazione alla provinciale, mormorando rosari e dicendo a tutti che il giorno dopo ci sarebbe stata la pace.
La sera stessa alla radio fu letto e riletto il proclama di Badoglio che parlava dell'Armistizio!

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Eppure io credo che esistano fenomeni ancora non compresi dalla scienza...

L'episodio più bello
Poi iniziai a trattenermi fuori e a giocare con i ragazzini per la strada , ai giochi di allora: o alla guerra o a palline. C'erano dei veri e propri professionisti di questo gioco, dei figli di puttana e non solo a parole ma di fatto. Erano sempre fuori perché le loro mamme esercitavano a casa, mandando i figli a giocare per strada, e vincevano sempre loro. Mi guardavo bene da raccontare in casa con che compagni giocavo, perché pensavo i miei non avrebbero capito e per non fargli sapere le brutte cose che succedevano in quel rione. Mi ricordo una volta che era tardi e cercavo di far durare le mie palline il più a lungo possibile, non mi riusciva abbandonare il campo da gioco ma dovetti andar via, perché erano le sette e mezza e stava per tornare a casa mio padre. Il più carogna fra i ragazzini di cui sopra, capelli a spazzola, sudicio ed un occhio un po' storto, mi disse che se volevo, avrebbe seguitato lui al mio posto. Essendomi rimasta l'ultima “cheppa” (4 palline messe a piramide) andai a casa deluso e un po' arrabbiato di non avergli saputo dire di no ed avergli lasciato tutte le mie sostanze. Non vi so dire come rimasi quando, verso le otto e mezzo, si senti suonare alla porta e a mia madre che andò ad aprire apparve un ragazzetto sdrucito e sporco, che con aria ribelle ed un sacco di palline fra le mani, le disse: “Queste le ho vinte per suo figlio!” e senza aspettare risposta scomparve nella notte.
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Questo aneddoto mi piace molto: conferma che le apparenze a volte ingannino e che si può trovare orgoglio e onestà anche in chi parrebbe, per aspetto e destino, non possederle...

La cicala
I miei genitori non potevano darmi molti soldi per i miei svaghi e, delle cinquanta lire che ricevevo la domenica, al lunedì ne rimaneva solo il ricordo.
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Ma... secondo me era spendaccione!

Medie
Seguivamo un po' annoiati la lezione, quando il buon padre, dato che si era vicino a Pasqua, stava raccontando del processo a Gesù quando disse: “Allora Pilato tirò fuori l'affare di Barabba...” frase del tutto innocente, ma stranamente sia io che Rodolfo, si dette un'altra interpretazione al racconto. Poiché sedevamo nello stesso banco si cominciò a ridere, e più si cercava di smettere, più ridevamo, allora Rodolfo per farmi smettere mi dette una spinta. O non dosò bene la forza o io ero sbilanciato, fatto si è che finii col sedere per terra ridendo come un matto. Chiaramente fummo buttati ambedue fuori della porta e da allora fummo separati in maniera definitiva.
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Stupido ma divertente!

Liceo
C'era poi il professore di Matematica, soprannominato “il Pinguino”, un po' per la sua figura fusiforme, un po' per come parlava sputacchiando con una specie di erre moscia. Era un cultore della materia, ma di questo me ne accorsi molto tempo dopo, ma un pessimo insegnante. In un Liceo Scientifico si pensa che la Matematica debba essere la materia base, ed invece noi avevamo il “Pinguino”. Lui andava alla lavagna e spiegava, non so se bene o male, perché c'era una confusione incredibile: volavano palline e aeroplanini e nessuno lo prendeva sul serio, tanto alla fine del trimestre e dell'anno, dava sette a tutti. Quando proprio la confusione arrivava a livelli inaccettabili, andava alla cattedra e si copriva il viso tra le mani; all'inizio la classe si zittiva, vergognandosi di come si era comportata. A quel punto però, apriva le dita per sbirciare cosa stesse succedendo, e tutto allora tornava come prima!
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È buffo come gli studenti fiutino immediatamente quanto possano “osare” con un professore...