«[Figlio dell'uomo] Porgi l'orecchio e ascolta le parole di KGB
e applica la tua mente alla SUA istruzione
» Pv. 22,17

Qui si straparla di vari argomenti:
1. Il genere dei pezzi è segnalato da varie immagini, vedi Legenda
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domenica 14 settembre 2014

Sorpresa domenicale

Stamani fra le mie epistole su gmail ne ho trovata una che mi ha piacevolmente sorpreso.
Prima di tutto era di un amico carissimo che però ha il grosso difetto di non farsi sentire molto spesso e, in genere, di rispondere alle mie (bellissime e divertentissime) lettere in maniera eccessivamente laconica. Figuriamoci la mia sorpresa a ricevere una sua epistola pure piuttosto lunga e non sollecitata!
La seconda fonte di gioia era che mi aveva scritto per chiedere il mio consiglio.

Qui è necessario aprire una digressione sul perché mi fa piacere che gli amici chiedano il mio parere.
In genere, sono convinto, la maggior parte dei miei amici mi ritiene molto intelligente. Per questa sola ragione mi aspetterei di essere spesso interpellato su questa o quella decisione. Io perlomeno non mi faccio scrupoli di chiedere il parere di chi so mi possa dare consigli utili...
Oltretutto non presento controindicazioni per la riservatezza: non chiedo più del necessario che mi serva sapere e, tutto quello che mi viene detto, rimane sepolto nella mia testa.
Analogamente anche i miei genitori, per qualsiasi iniziativa minimamente importante, non mi hanno mai interpellato: questo tuttora mi irrita moltissimo e, di conseguenza, mi fa apprezzare maggiormente quando qualcuno chiede il mio consiglio.
E invece...
...e invece pochissimi chiedono la mia opinione!

Sospetto che in parte sia dovuto al fatto che, per quanto intelligente, non sono considerato con i piedi per terra, un uomo di mondo insomma. Le mie risposte tendono a essere molto teoriche, molto etiche, a volte severe e, per quanto gentilmente, rispondo quello che penso non quello che può far piacere: molti intuiscono che, chiedendo a me, rischierebbero di non ottenere la risposta voluta, vuoi di conforto vuoi di approvazione...

È un po' fuori posto ma voglio raccontare un vecchio aneddoto dei tempi del liceo di cui, mi pare, non avevo ancora scritto.
Doveva essere il quarto anno, durante la ricreazione, e io me ne stavo per i fatti miei a far merenda. Improvvisamente mi piombano addosso due miei amici (*1) che, lo capii dalle loro parole e atteggiamenti, era da un bel po' che si stavano accapigliando su una questione. Il problema era molto semplice: hanno lo stesso peso un litro di acqua e uno di olio? L'ingegnere diceva di no, lo sceneggiatore sì. A malincuore dovetti confermare che il litro è un'unità di volume e quindi, in genere, i due liquidi hanno pesi diversi.
L'amico ingegnere subito dette uno sguardo allo sceneggiatore come per dirgli “e ora come la mettiamo!?” ma questi non provò nemmeno a controbattere ma anzi, alzando le mani, disse «Allora hai ragione te: se lo dice KGB... ipse dixit...(*2)» e si allontanò mogio, mogio.

A dire il vero il solito ingegnere, qualche mese dopo, mostrò anch'egli una certa stima almeno verso le mie conoscenze scientifiche. Eravamo insieme in Inghilterra a un corso d'inglese e l'insegnante aveva ideato un gioco idiota in cui, divisa la classe in due squadre, dovevamo sfidarci facendoci delle domande. A un certo punto la squadra avversaria fece una domanda sull'apparato digerente alla quale il mio amico rispose correttamente. I nostri avversari dissero però che la sua risposta era sbagliata e l'insegnante non aveva idea di chi avesse ragione. Allora l'ingegnere ebbe la paradossale idea di chiedere la mia opinione! Paradossale perché io, magari un po' estraniato dal gruppo ritenendo troppo stupida la competizione, ero in squadra con lui e, quindi, la mia conferma non avrebbe potuto ritenersi obiettiva: oltretutto l'insegnante ci conosceva da pochi giorni e non poteva essere a conoscenza della mia "autorevolezza" in campo scientifico e onestà. Per evidenziare l'assurdo, e trovando il colpo di scena divertente, detti ragione alla squadra avversaria cosa che provocò non poca irritazione nel mio amico!

Conclusione: tornando a oggi, la domanda di questo mio amico (un altro ingegnere portoghese (*3)) mi ha colto di sorpresa perché non era su un argomento nel quale sono particolarmente ferrato. Beh, ancora più apprezzata proprio per questo...

Nota (*1): ho già accennato a entrambi questi amici: uno è lo sceneggiatore simpatico del quale ho, sfortunatamente, perso le tracce di Delaware! e La grande lezione; l'altro è l'ingegnere, piuttosto antipatico (*4) e assiduo lettore questo mio viario, che mi ha ispirato le tre puntate di Il buono ma brutto ingegnere (1/?)...
Nota (*2): senza sarcasmo!
Nota (*3): Menzionato in Matrimonio Russo-portoghese-olandese (1/2) e successivo e almeno anche in Mentalità sportiva olandese.
Modifica (6/10/2014) - Nota (*4): ma anche pertinace quanto assiduo lettore del viario! A ogni sua epistola ricevo una vivace protesta per averlo definito "antipatico". Ovviamente ero ironico: sapendo che mi legge volevo solo divertirmi a punzecchiarlo... In altre parole, al posto di "antipatico", bisogna leggervi "non esageratamente simpatico"! :-)

sabato 13 settembre 2014

Sto sempre a magnà...

Sempre durante la mia “gita” di qualche giorno fa sono stato a pranzo in un self service piuttosto squallido, in un piccolo centro commerciale, alla periferia della città. Locale anonimo, di una catena di ristoranti tutti uguali, che però è riuscito a emozionarmi.
Non sono andato volutamente a cercarlo ma era l'unico posto nelle vicinanze che conoscevo e non avevo assolutamente voglia di prendere la macchina e rituffarmi nel traffico caotico del luogo...

Dopo la laurea ho lavorato un paio di anni per un'azienda locale e, alla pausa pranzo, spesso insieme ad altri colleghi venivamo a mangiare proprio in quel ristorante.
Quando arrivavamo noi era piuttosto tardi e trovare un tavolo abbastanza grande per tutti era sempre un problema. A volte dovevamo dividerci su più tavoli ma in qualche maniera riuscivamo sempre a sistemarci.

Invece, volutamente, per evitare il rischio di incontri che non ero nell'umore giusto di affrontare, ci sono andato molto presto, poco dopo mezzogiorno. Solo qualche tavolo era occupato: gli ambitissimi posti da dove la tivvù era ben visibile.
Ma io ero alla ricerca di vecchi ricordi e quindi, dopo essermi guardato intorno con l'imbarazzo della scelta, mi sono sistemato in un piccolo tavolo laterale da quattro posti.
Piccoli ricordi. Vecchi ormai di una quindicina d'anni. Eppure, una volta seduto, mi sono tornati forti alla memoria antiche parole, sguardi, sorrisi. Non ci ho provato, non mi è venuto in mente, ma se avessi chiuso gli occhi sono sicuro che i ricordi sarebbero stati ancora più nitidi. La confusione tutto intorno e l'intimità del piccolo tavolo. I fantasmi dentro di me mi avrebbero guardato di nuovo in faccia e io ne avrei potuto apprezzare ogni singolo lineamento. Avrei potuto contarne i riccioli illuminati da un raggio di sole e ammirare ogni singola imperfezione della pelle che, di nuovo, mi sarebbe apparsa meravigliosamente perfetta.

Ma non ho voluto indugiare e ho mangiato come faccio sempre: molto, troppo rapidamente; ho dato un rapido sguardo intorno a me, mi sono alzato e sono andato via. Perché i ricordi, anche se piacevoli, a volte riaprono vecchie ferite.
Uscito dal ristorante (al primo piano) mi sono appoggiato alla balaustra e ho guardato i negozi, le scale mobili, le casse del supermercato con occhi diversi. Quando ero entrato ricordavo molti meno dettagli ma, dopo il pasto, ero come ritornato indietro nel tempo. Quante immagini avevo adesso del nostro gruppo che, pigramente, se ne tornava alle macchine! Avrei voluto che ci fosse ancora il distributore di palline di gomma, di quelle che rimbalzano: erano graziose, tutte colorate in maniera diversa. Talvolta ne compravo una: chissà dove sono finite...

La sensazione complessiva è stata quella di un addio. Ho guardato quel brutto supermercato con affettuosa malinconia. La sensazione che non avrò mai più occasione di metterci piede è stata triste e intensa. Tanti cari ricordi vi rimarranno sepolti per sempre: non una lapide non un epitaffio...

Quando me ne sono andato mi sono allontanato velocemente, senza guardarmi indietro.

venerdì 12 settembre 2014

Nando

In questi ultimi due giorni sono stato fuori casa per motivi personali. Uscire dalla solita routine ha un effetto molto benefico sulla mia creatività e, almeno in questo momento, avrei voglia di scrivere svariati pezzi su disparati argomenti.
Ah, dimenticavo: devo sottolineare che sono stato nella città dove ho fatto l'università e, sebbene le mie memorie dell'epoca siano molto scarse (v. Memoria, passato e destinoo (1/3) e successivi...), qualcosa comunque mi ricordo!

Avevo la serata “libera” e così ne ho approfittato per fare una lunga passeggiata in centro. Sulle sensazioni ed emozioni di tale escursione ritornerò, forse, in un pezzo successivo. Oggi mi concentrerò invece sul locale dove ho cenato: ovvero da Nando...

Si tratta di un piccolo locale, situato in una strada strategica molto frequentata, che vende pizza a taglio ed è famoso per la sua “cecina”, un piatto tipico del posto. Io però ci andavo per la pizza.
Si tratta infatti di una pizza molto particolare che non ho mai ritrovato altrove: il retro è sottile e croccante mentre l'impasto è morbidissimo; la farcitura è sempre la stessa: una copertura di pomodoro, acciughe e capperi, olio e una spolverata di parmigiano. Cotta in piccole teglie basse e tonde di alluminio in un grande forno a legna.

Diversamente da altri luoghi, dopo circa vent'anni, non vi ho trovato niente di diverso. Questa sensazione di familiarità avrebbe dovuto essere piacevole ma invece mi ha impressionato. Il locale non era rimasto simile a se stesso ma, addirittura, completamente uguale: non era cambiato niente.
Il posto in sé non sembrava neppure invecchiato: tavoli e sedie non parevano consunti ma nuovi, come se nel corso degli anni avessero sempre sostituito i mobili vecchi con altri uguali, o comunque molto simili, disponendoli sempre nella medesima maniera. La teglia della cecina era al suo posto, quella della pizza idem, l'affettatrice col prosciutto anche...
Ma ancora più del posto mi hanno impressionato i titolari, credo tre fratelli: anche loro, ancor più della pizzeria, sono rimasti esattamente gli stessi. Intendiamoci, sono invecchiati, ma i loro gesti e le loro espressioni sono totalmente immutate.
Avendo ordinato una pizza mi ero infatti seduto nella loro direzione (non servono ai tavoli ma, quando è pronto, ti chiamano a prendere il cibo con un cenno) e ho avuto modo di osservarli attentamente.

Al forno c'è sempre un omone dallo sguardo truce: a causa dell'espressione minacciosa mi metteva sempre un po' a disagio. Non credo di averlo mai visto sorridere. Quando non controlla le pizze nel forno il suo sguardo vaga oltre la vetrata d'ingresso della pizzeria. Attento, indifferente, la mascella sempre serrata. Se deve parlare con i clienti usa pochissime parole, solo le indispensabili. Rispetto a vent'anni fa aveva i capelli brizzolati, forse un po' più grasso e meno muscoli ma non troppo.

Poi c'era la “ragazza”. All'epoca era una ragazza robusta, adesso equivale a 3-4 ragazze robuste. Decisamente la più giovane, a occhio della mia età. Ricordo che lei era l'unica a cercare di accattivarsi un minimo i clienti con sorrisi, qualche battuta e occasionali risate. Gli sguardi cupi dei fratelli però annullavano i suoi sforzi che, anzi, paradossalmente assumevano una tinta di falsa untuosità. Da questo punto di vista è rimasta uguale: in mezzo agli umbratili fratelli continua a sforzarsi di apparire simpatica.

Poi c'è il fratello più anziano: i suoi riccioli scuri sono ormai quasi tutti bianchi. Anche lui robusto, sebbene non come il fratello, è sempre serio e con lo sguardo vagamente sovrapensiero. A differenza dell'altro però, almeno, non appare minaccioso! Sembra che sia quello incaricato di tenere i conti, spesso annota qualcosa a mano su un registro. Ah, ed è lui che taglia il prosciutto! L'affettatrice è dalla sua parte infatti...

Già così mi pare di aver reso l'idea: aggiungo di non ricordare di averli mai visti parlare del più o del meno con i clienti, mai un cliente usuale, magari un amico, con cui scherzare. Mai visti lanciare una battuta verso qualcuna delle numerose studentesse universitarie del luogo...
Insomma un locale in cui non si va certo per la simpatia dei proprietari ma unicamente per la particolare qualità dei loro prodotti.

Ma quello che davvero colpisce è la ripetitività dei loro gesti: ieri li ho guardati per un quarto d'ora ma sono sicuro che negli ultimi venti (e passa!) anni, per una decina di ore al giorno, ogni giorno (tranne qualche settimana di ferie ad agosto...forse...non ricordo...) hanno ripetuto sempre ed esattamente queste stesse azioni. La cosa sconvolgente è che sembrano tutti profondamente infelici: suppongo guadagnino bene, dopotutto il locale, oltre che sempre aperto, è anche molto frequentato, ma a che pro? Che vita è?

Io sono un caso disperato ma non credo che, al loro posto, avrei resistito a lungo in tale monotonia. Probabilmente avrei cercato di sfruttare la loro "bomba atomica": la particolarissima pizza che riescono a fare. Che non è buona in senso assoluto ma, essendo così diversa dalle altre, a volte ti va proprio "quella" e "quella" la trovi solo da loro. Con quel prodotto unico avevano le potenzialità di fare una catena di Nando. Questo l'avrei capito: sacrificarsi e lavorare duro per creare un “impero” sarebbe stato comprensibile. Invece no, si accontentano, perseverano pertinaci in qualcosa che non amano e, soprattutto, non cambiano niente di niente.

Quando sono andato a pagare ho accennato al fatto che ero un vecchio cliente e, un po' malignamente, mi sono complimentato dicendogli che non erano cambiati per niente. La donna ha ridacchiato e il fratello più anziano ha detto “magari!” accennando a una smorfia di mezzo sorriso che, solo per un attimo, ha infranto la maschera impassibile del suo volto. E la donna mi ha fatto dieci centesimi di sconto!

Conclusione: mi sono da sempre oziosamente chiesto chi fosse “Nando”, ora la mia fantasia mi dice che Nando fosse il padre: un uomo con un carattere così forte che ha marchiato indelebilmente la personalità dei figli.

mercoledì 10 settembre 2014

I 16 pregi degli scacchi

Era da tantissimo tempo che avevo pensato di scrivere questo pezzo senza mai trovare la voglia per farlo. Quello che mi tratteneva era la consapevolezza che avrei dovuto ragionarci un bel po' per radunare insieme le varie idee in maniera coerente. Ieri sera l'ho fatto e mi ci è voluto anche pochissimo tempo!

L'idea è quella di descrivere quali siano i pregi educativi degli scacchi per i bambini e non. Ovviamente mi baso solo sulla mia esperienza personale e, per questo, inevitabilmente metterò l'accento su ciò che mi ha più colpito.

Regole: il gioco degli scacchi ha regole matematicamente precise e relativamente complesse. Il bambino per giocare deve accettare la disciplina che queste regole impongono. Io non ne avevo bisogno ma penso che certe personalità potrebbero beneficiarne.

Pazienza: per giocare bene bisogna avere pazienza: c'è un momento per attaccare e un momento per difendersi. Non bisogna avere fretta altrimenti si rischia di vanificare tutto il lavoro fatto. L'impulsività raramente viene premiata.

Autocontrollo: strettamente collegata alla pazienza ma non è la stessa cosa. La mia esperienza personale è estremamente esemplificativa: una regola del gioco dice che se si tocca un pezzo allora bisogna muoverlo. I primi tempi, per evitare di commettere questo errore, giocavo sedendo con le mani sotto le cosce in maniera da non poter afferrare un pezzo senza averci pensato a sufficienza...

Oggettività: negli scacchi non bisogna essere né ottimisti né pessimisti. Se si è troppo ottimisti si rischia di sopravvalutare le proprie possibilità finendo per perdere. Ma anche l'essere troppo pessimisti non aiuta: in questo secondo caso si rischia di lasciarsi sfuggire una vittoria accontentandosi di una patta.

Valutazione: dipende strettamente dall'oggettività: è impossibile valutare bene i pro e i contro di una posizione se non si è oggettivi. Negli scacchi, come nella vita, non basta valutare un singolo elemento ma bisogna considerare contemporaneamente moltissimi fattori.

Pianificazione: gli scacchisti la chiamano strategia: una volta valutata la situazione bisogna stabilire quali siano i passi necessari a migliorarla senza entrare nei dettagli. In genere le possibilità aumentano in base alle possibili repliche dell'avversario.

Modificato (19/4/2015):
Flessibilità: raramente si riuscirà a prevedere tutte le mosse dell'avversario. Anzi, spesso ci troveremo ad affrontare situazioni impreviste: in questi casi dovremo riverificare l'intera situazione alla luce della nuova posizione e, quindi, adattare il nostro piano originario oppure, quando non possibile, avere l'elasticità mentale per cambiarlo del tutto.

Logica: il piano deve essere logico per funzionare: senza la logica non è possibile costruire alcuna strategia.

Priorità: saper riconoscere e stabilire quali debbano essere le proprie priorità è un'abilità che sta a metà strada fra la logica e la pianificazione. Tutte e tre sono capacità strettamente collegate fra loro. È chiaro, ad esempio, che un buon piano, anche privo di errori, che però fa raggiungere un obiettivo secondario è inutile quando non dannoso.

Memoria: la memoria, soprattutto visiva, è fondamentale sia per ricordare posizioni già incontrate, sia per le aperture che per i finali e anche per calcolare accuratamente le sequenza di mosse.

Calcolare: l'abilità di calcolo, chiamata tattica dagli scacchisti, serve a trovare nel dettaglio tutte le singole mosse, considerando anche quelle dell'avversario, che insieme formano un passo della propria strategia. Per calcolare bene occorre memoria, concentrazione e precisione.

Precisione: la precisione è fondamentale: un singolo dettaglio non considerato può capovolgere la valutazione di una posizione. Un singolo pedone che in una casa permette di vincere la partita, in quella accanto può farla perdere...

Concentrazione: anche questa capacità è fondamentale ed è sempre stata una delle mie debolezze. Chi si distrae, anche solo per una mossa, rischia di vanificare gli sforzi di molte ore. Innumerevoli le partite che ho buttato via rilassandomi troppo presto. Inutile dire poi che maggiore è la concentrazione e più preciso è il calcolo delle mosse.

Creatività: come per tutte le arti (anche gli scacchi hanno la loro musa chiamata Caissa) anche in questo gioco è fondamentale la creatività e la fantasia. Il proprio stile di gioco diviene una maniera per esprimere se stessi. La capacità di sorprendere il proprio avversario, di trovare delle idee che questi non ha visto, è utilissima.

Responsabilità: l'esito della partita dipende solo dalle proprie mosse. Non c'è fortuna in questo gioco. Lo scacchista che dopo una partita si azzarda a dire ai colleghi che ha perso per “un colpo di sfortuna” sarebbe considerato uno stupido. Ogni mossa poi è importante e il giocatore è consapevole che il risultato finale dipende dalle proprie decisioni.

Autocritica: a fine partita, con l'aiuto dell'avversario oppure con tranquillità a casa grazie al calcolatore, è molto importante cercare di capire sia cosa ha funzionato ma, soprattutto, quali sono stati i nostri errori. Negli scacchi, come nella vita, si impara dagli errori: e soprattutto dai propri!

Rispetto per avversario: il rispetto per il proprio avversario prende due forme. Nella prima bisogna sempre calcolare che l'avversario faccia la mossa migliorare: mai giocare una “trappola” nella speranza che l'avversario ci cada se poi, evitandola, potesse metterci nei guai! La seconda forma di rispetto consiste nel valutare con estrema attenzione una sua mossa inattesa. Molto spesso ho liquidato con superficialità una mossa che non avevo previsto come un banale errore senza sforzarmi, come avrei dovuto, di capire se mi fosse sfuggito qualcosa. Quando l'avversario fa una mossa “strana” bisognerebbe far finta che sia scattato un allarme e mettersi particolarmente all'erta.

Queste sono tutte le qualità necessarie per giocare a scacchi e che il gioco aiuta a rafforzare e mantenere. Un bravo maestro dovrebbe essere in grado di aiutare i bambini a capire anche quelle qualità più implicite e nascoste che però sono necessarie sia nel gioco che nella vita.

Conclusione: gli scacchi sono una ricchissima palestra per esercitare e mantenere attiva la mente. Le capacità che richiedono sono molteplici e utilissime. Insomma mi sembrerebbe criminale non insegnare a un bambino questo splendido gioco. Ovviamente ci sono anche delle controindicazioni ma di queste parlerò in un altro pezzo...